A distanza di pochi anni dal precedente “Angel of retribution”, album che vedeva il figliol prodigo Rob Halford tornare all’ovile, i Judas Priest continuano a far parlare di sè con un platter controverso, dalle tinte oscure e maligne e caratterizzato da atmosfere così vicine al classico sound priestiano ma al tempo stesso lontane anni luce. “Nostradamus”, nuovo cd degli inglesi, si propone come un lungo, ben due cd, concept album sulla figura del profeta Nostradamus, personaggio capace di catalizzare sulla sua figura l’attenzione mondiale per secoli.

I nuovi brani dei Priest sono quasi tutti dei mid tempos e dobbiamo scordare i pesanti e granitici riff di chitarra che da sempre li caratterizzano; altra cosa che lascia parecchio perplessi è l’utilizzo massiccio delle tastiere che irrompono prepotentemente in ogni brano. Le atmosfere che pervadono quest’opera sono, infatti, solenni e maestose e ottima è la prova di tutti i Priest a iniziare dallo stesso Halford che sebbene rimanga su registri medio bassi per tutta la durata del disco, piazzando solo in rare occasioni i suoi famosi acuti, riesce ad esaltare l’ascoltatore grazie a liriche e linee vocali azzeccate e al limite della recitazione teatrale. Drammatica è la breve “Awakening” e ci si esalta con “Revelations” uno dei migliori brani presenti all’interno di questo lungo concept; da headbanging sfrenato è la cavalcata di “Pestilence and Plague” brano che tra l’altro vede Halford impegnato a cantare un incomprensibile ritornello in lingua italiana; e ancora ottime sono “Prophecy”, massiccia e compatta, e la lunga “Death” altro brano lento ed oscuro che ben rispecchia l’atmosfera proposta all’interno di questo maestoso concept.
Il secondo cd invece cambia parecchio rispetto al primo calando soprattutto di intensità e di coinvolgimento emotivo. Si prosegue con sonorità soft, moltissimi brani sono delle ballad piuttosto lunghe e ripetitive e l’unica a salvarsi è proprio la titletrack che finalmente ci riporta indietro nel tempo grazie a riff vicini allo stile di “Painkiller”.

“Nostradamus” si svela come un’opera epica e maestosa sotto tutti i punti di vista. Purtroppo i Priest non riescono a mantenere alto il livello qualitativo di un simile progetto e molto spesso ci si ritrova a saltare i brani alla ricerca di qualcosa di maggiormente grintoso o veloce. Alla lunga, soprattutto ascoltando il secondo disco, l’attenzione va scemando e la noia prende il sopravvento. Un album riuscito per metà che sicuramente non rimarrà negli annali della musica ma che riuscirà a farsi probabilmente apprezzare da quelli che non posso fare a meno di osannare i Priest.

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