Pubblicato nel 2006
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Il fatto che a poco tempo dalla sua concreta e tangibile esplosione il metalcore necessiti già della “new sensation” di turno per acquistare punti-simpatia, la dice lunga sullo stato di salute di un genere nato per saturare, nella maggioranza dei casi, in sè stesso. Responsabilità piuttosto gravose, dunque, quelle affidate ai Mendeed dalla laccata e sensazionalistica presentazione.

Capacità tecniche incontestabili, chiarezza d’intenti ed una buona dose di aggressività sono qualità più che positive e proprie dei cinque scozzesi che, se non caricati del fardello di “salvatori”, riescono a divertire non poco l’ascoltatore di turno. Le coordinate su cui si orientano le composizioni di ‘This War Will Last Forever’ sono quelle del filone più “androgeno” del genere che, da tradizione, risparmia scontati ritornelli emo e spruzzi di zucchero che addolciscono, con prevedilità meccanica, l’opera. Thrash e ritmiche di matrice decisamente slayerana nei passaggi più aggressivi, acidità vitriolica cara all’hardcore e melodie rubate alla tradizione maideniana sulla scia di In Flames e scuola svedese in generale. Se al quadro appena descritto si aggiunge una tendenza dei Mendeed ad affacciare il proprio songwriting sulle proprie origini, con affascinanti e veloci melodie di tradizione celtica, il quadro è chiaro e completo. Brani strutturalmente dinamici mai caratterizzati da sequenze seriali standardizzate in strofa, refrain e raro ritornello pulito che, invece, sapientemente si alternano rendendo ariosità alla proposta. Una proposta suonata da individualità abili nei propri ruoli tra cui spicca la prova di Kevin Metthews dietro le pelli quanto l’intesa e la complementarietà delle due asce ben registrate sia negli assoli, sia nel riffing ma, anche e soprattutto, nei melodici passaggi in twin guitars.

Una produzione non proprio perfetta ed un singer dotato di uno stile vocale ancora troppo inespressivo e derivativo (da Lahio e Luttinen su tutti) i punti deboli da un disco dal quale è utopistico ed ingenuo aspettarsi la salvezza, la novità o il colpo di coda. Una buona interpretazione di quello che si può fare riunendo death-thrash, hardcore, heavy e sprazzi di folk metal sotto un’unica, prolissa ma godibile, proposta etichettata con il temibile appellativo di metalcore. Rispetto ma cautela perchè, decisamente, i fenomeni sono altrove.

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