Ogni volta che ci capita tra le mani un disco proveniente da lidi tradizionalmente poco prolifici per il nostro genere musicale lo si affronta come se dovesse suonare a dir poco bizzaro o tremendamente mediocre. Ed è forse per questo approccio che a volte, smentiti clamorosamente dall’ascolto, si finisce poi per rimanerne particolarmente stregati.
Nati al tempo della scuola superiore per volontà del chitarrista Akira Takasaki e del batterista Munetaka Higuchi col nome di Lazy ed influenzati dal mondo dell’heavy metal a stelle e strisce (nonchè dalle band locali già relativamente affermate, come gli storici Bow Wow) i giapponesi Loudness non stentarono molto ad attirare l’attenzione delle major più importanti ed approdarono nel giro di pochi anni nientemeno che all’Atlantic che per lanciarli in grande stile li affidò ad uno dei produttori più in voga in quel periodo, il famoso Max Norman. Se “Thunder In The East” li proiettò decisamente nel giro che contava (il singolo “Crazy Nights” stazionò per molto tempo nelle top ten delle radio americane dedicate), fu il successivo “Lightning Strikes” a consacrarli in maniera definitiva come il migliore gruppo di class metal del sol levante di quegli anni e, probabilmente, di tutti i tempi.
Caratterizzato da un sound aggressivo ed energico ma melodico a sufficienza per puntare diritto, come detto, anche alle diffusioni radiofoniche senza suscitare particolare disappunto da parte dei puristi del genere, con un chitarrista funambolico ed estremamente creativo, un cantante che non si ripeterà più a questi livelli (e ben lontano dal successivo Mike Vescera) ed una sezione ritmica precisa e granitica, “Lightning Strikes” rappresenta uno dei migliori esempi di come si possa “adattare” il proprio sound ai requisiti di un mercato importante come quello americano senza comunque snaturarlo minimamente. Qui non troverete ritornelli banali e di facile presa, nè l’ombra di una ballad, nè alcuna strizzatina all’easy listening (come accade ad esempio per il contemporaneo e più noto “The Ultimate Sin” di Ozzy), ma nove brani granitici e grintosi (“Dark Desire”, “Ashes In The Sky”) o indiavolati (“Face To Face”, “Black Star Oblivion”) o ancora estremamente personali (“Complication”) che provano in maniera chiara e precisa come i Loudness non siano stati uno dei tanti gruppi anonimi del periodo aureo del nostro genere, come spesso vengono definiti, nè un gruppo indottrinato alla perfezione per tentare di sbancare alla grande (qualcuno ricorda/conosce i conterranei EZO?) ma un gruppo con una propria identità, i cui lavori, se non imperdibili, meritano di essere ricordati, rispettati e, in questo caso, consigliati.

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