Dopo la mitologia nordica, dopo l’impero romano e il periodo dell’inquisizione è la volta, per i White Skull, di narrarci nuove ed emozionanti storie, legate agli antichi Celti. Il five-piece vicentino ci riporta dunque indietro nel tempo, in un’ era in cui l’orgoglio, la virtù, le battaglie, i canti e le feste erano il pane d’ogni giorno e la sola e unica ragione di vita. “The ring of the ancients”, questo il titolo del nuovo lavoro del combo italiano, è l’ennesima perla targata White Skull, un album di power metal classico che farà felici tutti gli amanti di queste sonorità, ma soprattutto di questa grandissima band che ancora una volta non si allontana dal suo classico stile regalandoci dodici tracce di pura adrenalina, fatte di ritmiche e riffs al fulmicotone, linee vocali graffianti e sporche (ottima la prova di Gus!!!) e squisiti assoli che lasceranno a bocca aperta moltissime persone.

“The ring of the ancients” trasporterà l’ascoltatore in un incredibile viaggio attraverso i misteri degli antichi Celti, un viaggio che inizia proprio con l’opener “Ninth night” forse il pezzo più significativo dell’intero album impreziosito da un ritornello dannatamente heavy che va subito a piazzarsi in testa e a parti veloci ed aggressive di chiara matrice tedesca che mi ricordano i Grave Digger e i primissimi Rage. La scuola tedesca rimane come sempre gran fonte d’ispirazione per i White Skull e il riff di “Head Hunters”, altra killer track veloce e dal riffing serrato che rivela tutta la sua forza nel corale ritornello e nella parte finale dove i nostri si esibiscono in un riff di chitarra in pieno stile Iron Maiden, mi ricorda moltissimo i Gamma Ray. L’ascolto dell’album prosegue con un continuo susseguirsi d’ottimi brani, come la cadenzata “Ogam”, alla quale si contrappone “After the battle”, brano coinvolgente al 100% e dal riff orecchiabile e diretto, presenta un finale con chitarra acustica da brividi, mentre i migliori pezzi di “The ring of the ancients” arrivano tutti sul finire dell’album: “King with the silver hand” e l’epica “Valhalla” ci riportano sui campi di battaglia, il primo alternando epiche cavalcate a sfuriate incredibili di batteria, mentre il secondo ci regala un ritornello davvero azzeccato che farà sicuramente un’ottima impressione in sede live. Certo il disco non è ancora finito e i nostri ci riservano un finale con i botti grazie a “Marching to Alesia” caratterizzato da un intro strumentale molto triste che ci prende per mano e ci porta all’interno del pezzo salvo poi riversarci in faccia il classico e coinvolgente riff tipico dei White Skull. Stupendo è poi il break centrale, che vede la band imbracciare le chitarre acustiche per una parte piuttosto “spagnoleggiante” che si antepone alla ripresa della canzone che proseguirà poi sparata fino alla fine per poi sfumare nell’ultimo brano, “Tuatha de Danaan”, che con le sue squisite melodie celtiche conclude quest’ottimo album.

Un ritorno davvero ben gradito per i White Skull. Ottima è la prova di tutta la band, questa volta i nostri ci regalano un platter superlativo curato sotto tutti i particolari. Se posso permettermi, e spero che la band prenda questa mia osservazione come un consiglio di un fan che li segue da moltissimo tempo, sarebbe molto bello enfatizzare ancora di più la parte dedicata ai cori, non lasciando quindi tutto in mano a Gus, in maniera tale da rendere maggiormente pomposi ed epici i prossimi brani. Complimenti ragazzi, “The ring of the ancients” è un album davvero bello.

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