Prendiamo tre ex membri dei Vanize, mettiamoci in mezzo l’ex cantante dei Company of Snake e per finire aggiungiamo l’ex chitarrista degli Shylock… lasciamo cuocere a fuoco lento ed ecco uscire dal nostro calderone i tedeschi Razorback.
I cinque musicisti sono autori di un pregiato disco di heavy metal dai riff duri, veloci e melodici ma al tempo stesso molto lontani dal creare un album che rimarrà negli highlights del 2004. La musica dei Razorback è un metal melodico molto orecchiabile in cui l’elemento hard rock risulta essere la colonna portante dell’intero platter. Molti pezzi strizzano l’occhio a R.J. Dio soprattutto per quanto riguarda il cantato di Berggren che in molti passaggi ricorda molto da vicino l’ex Black Sabbath; notevoli influenze provengono anche dai Whitesnake e dai colleghi At Vance.

I refrain non lasciano spazio a dubbi o parole, la loro semplicità e immediatezza è sparata in faccia più veloce di un treno. Sin dall’inizio si mettono subito le cose in chiaro: “The Hymn” e “One by One” sono i pezzi più belli e trascinanti di “Animal anger” tanto che nel giro di poco tempo vi ritroverete a cantarle a squarciagola magari in macchina suscitando l’ilarità delle persone che s’incrociano per strada in città come purtroppo capita a me.
Dalle tracce successive invece la band decide di alzare il piede dall’acceleratore componendo tutta una serie di rocciosissimi mid-tempos a volte cadenzati e altre volte più veloci e ariosi: “A new king in town” potrebbe essere tranquillamente un estratto dallo strabiliante “Holy diver” di Dio e la voce di Berggren ricorda da vicinissimo Ronnie James soprattutto negli acuti più aggressivi, mentre “Kiss of Death” ci regala ritmiche molto vicine all’AOR e alla musica dei Whitesnake.
“Fire and Rain” è un vero e proprio concentrato di hard rock mentre si riparte in pieno stile Dio con la successiva “Release me” anche se la voce di Berggren non riesce ad imprimere al pezzo quella cattiveria che renderebbe il brano una vera e propria mazzata. Peccato!
Man mano che il cd prosegue i canoni tipici dell’heavy metal classico sono abbandonati lasciando spazio a ritmiche più tipicamente hard rock, come dimostra “Eye of the storm” dall’incedere maestoso in cui però la voce non riesce a decollare rendendo il brano un po’ troppo piatto e privo d’espressività.
Il disco termina con “Dead man’s song” una ballad a mio avviso del tutto inutile e priva di contenuti.

Ottima la produzione del disco, affidata allo stesso Munkes: i suoni sono moderni e rocciosi e tutti gli strumenti si distinguono in maniera chiara e precisa.
In conclusione, se siete amanti del metal classico e dell’hard rock questo disco è da avere: circa 45 minuti di sano metal e hard rock rocciosissimo. I Razorback ci propongono quello che meglio sanno fare, non inventando nulla di nuovo ma suonando in ogni caso della ottima musica e degli ottimi pezzi. Promossi.

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