Pubblicato nel 2011
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Escono un po’ dagli schemi della nostra webzine questi Margate, band californiana formata da tre giovanissimi musicisti, ma che vanta alle spalle un precedente album (prodotto autonomamente nel lontano 2006) e che giunge sulle nostre scrivanie con ben un anno di ritardo rispetto all’uscita sul mercato del prodotto.
I nostri si occupano di punk, quel genere che tanto piace ai ragazzini americani, che tanto sa di sabbia da spiaggia californiana, ma che ha avuto nel recente passato un enorme successo planetario grazie ai fenomeni Offpring, Blink 182 e Sum41.
I nostri non escono molto dalle righe e propongono un disco che sprigiona energia positiva da tutti i pori, ma che a differenza di alcune band sopra citate e di un buon numero di altre dedite a tali sonorità cerca di proporre anche qualcosa in più, un modo di vedere un po’ più riflessivo e serio, sia a livello di sonorità (vedasi la valida “Time & Time Again”) che di songwriting, che esce dal classico argomento college-ragazze-feste per addentrarsi anche in temi sempre giovanili ma decisamente più seri.
La copertina inganna, lasciando obiettivamente prevvedere un album di tutt’altro genere (progressive?) mentre i nostri tre si dedicano a sonorità all’antitesi del progressive, vale a dire musica diretta, senza fronzoli e senza particolari arrangiamenti, in cui la parte da padrone la fa il drumming, i riff sono semplicissimi ma orecchiabili e la voce è suadente e calda ma sempre ridente.
Le song hanno durata di 3-4 minuti, e dunque sfruttano quella immediatezza che le rende piacevoli, e pur non lasciando poi nulla di così impressionante, riescono a conficcarsi nella testa dell’ascoltatore scorrendo una dopo l’altra senza problemi.
Song quali “In My Life” o “Believe In Steve” potrebbero tranquillamente finire su un album dei prima citati gruppi senza che nessuno se ne accorgesse, anche perchè lo studio di registrazione e i tecnici del suono che hanno lavorato su questo disco sono quelli del prestigioso Westbeach Recorders, studio di registrazioe che ha visto passare nelle sue sale i giovani The Offpring appunto e i già collaudati Blink 182, ma anche i forse meno celebri qui da noi Sublime.
Insomma un album che fa della spensieratezza e dell’energia positiva il suo punto di forza, che certo non fara saltare di gioia coloro che dalla musica cercano tecnica e nuove sonorità, e che forse non andrà nemmeno a colpire più di tanto coloro che questo genere lo relegano all’autoradio estiva e ai finestrini abbassati, ma certo un buon disco che potrà far la gioia di coloro che questo genere lo seguono da tempo e che non mancheranno di apprezzare come, nonostante tutto, questo combo se non altro provi ad inserire un minimo di personalità sonora tale da non rendere i quasi 45 minuti del disco un tuffo nel passato, agli anni del liceo per chi come il sottoscritto lo ha finito sulle note proprio dei Sum 41 a suon di pogo a metà degli anni 2000, ma qualcosa di più, di proprio, che merita se non altro di essere ascoltato. A lasciarsi ascoltare ci pensa poi lui da sè.

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