Da quel capolavoro, poco conosciuto, che fu “First Spell” ne sono passate di acque sotto i ponti dei Gehenna. Circa dodici anni di attività in cui il gruppo norvegese non si è mai soffermato troppo in soluzioni già provate, passando da inizi sinfonici e onirici, muovendosi verso reami sempre più stregati e malefici il cui culmine fu “Seen Through The Veils Of Darkness”, per toccare lidi più diretti e asciutti, fino a raggiungere soluzioni più sperimentali nelle ultime prove (come in quel mediocre “Adimiron Black”), che parevano allora essere dei termini lontanissimi dalle ricerche armoniche e antiche degli esordi.
Con “WW” i Gehenna si spostano ancora, questa volta verso quella che sembra essere diventata una nuova, importante, linea del black metal: quella del ritorno alle origini, caratterizzata da uno stile ferale e puro, intrapresa recentemente dai Mayhem di Chimera o dai Satyricon di Volcano. Eliminate le parti tastieristiche, spazzata via ogni ombra di sinfonia atmosferica, è stato lasciato posto solo alle chitarre, che qua fanno da padrone su melodie gelide e marziali. E per fortuna, sarebbe da aggiungere, perché in tal modo sembra che questi strumenti abbiano ritrovato la linfa infetta e virulenta (nel senso di oscura e malata) di cui avevano dimenticato la posizione da tempo. Non solo le chitarre hanno quindi ritrovato l’ispirazione di una volta, ma hanno anche toccato dei risultati così distruttivi che difficilmente si erano sentiti in passato in questo gruppo. Ad accompagnarle in questa traversata della morte si fa largo a battute potentissime una batteria martellante e pressante, che percorre queste terre sulfuree a passo veloce, rallentando solo per pochi istanti, in quelli di contemplazione estatica nel culmine toccato da ogni tappa. Un album questo che risolleva quindi le sorti non felicissime in cui erano piombati i norvegesi da qualche anno, plasmando lavori non sempre all’altezza della personalità dimostrata in passato. Il carattere sembra esser stato ritrovato, anche se con peculiarità leggermente diverse: qua siamo sulla strada del true black, quello veloce, malefico, essenziale e nero come la pece. Lo si percepisce in brani come l’ipnotico “Flames Of The Pit”, o lo sprezzante “Werewolf”, dove le voci di questi profeti del male sono inquietanti quanto veritiere.

Un lavoro molto succoso, che può considerarsi oggetto di desiderio di tutti i golosi di quel black puro e asciutto delle origini. Pochi gingilli, solo due chitarre a cantare i versi pericolosi e affascinanti della Fine di ogni cosa.

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