Originalità e classe. Nonostante le mie forti remore iniziali. Infatti quando si tratta di reunion di gruppi che già in passato non erano di vertice, subentra il timore di trovarsi di fronte all’ennesima fregatura commerciale, che sfrutta la riscoperta degli anni ’80 anche laddove non ce n’è bisogno. A rafforzare i miei pregiudizi c’è anche un Ian Arkley già recensito con i My Silent Wake, al cui Garland Of Tears ho concesso una sufficienza di cui mi sono già pentita, visto che di quell’album nella mia testa non c’è più traccia….
Ebbene mi sono sbagliata. Gli inglesi Seventh Angel mancano da 15 anni e sono tornati con un disco molto bello. Con The Dust Of Years Ian Arkely è decisamente convincente, riesce a fondere il melodic death con il doom, senza perdere la sonorità di fondo che vuole essere thrash, creando un qualcosa a tinte fosche che piace ed è, ripeto, originale.
Nove tracce per quasi un’ora di musica, copertina decisamente gotica. Testi profondi e ricercati.
Si parte con una Chaos Of Dreams in stile melodic death con riffs tipicamente thrash, che fa immediatamente presa sull’ascoltatore. Lo stesso fanno The Turning Tide ed Exorcism, che raggiunge vette di sonorità gothic/doom. Notevole poi Weep Not For Us, che parte thrashy per poi strizzare l’occhio al black.
È una soddisfazione avere davanti qualcosa di diverso, nonostante tanti anni di musica metal, qualcosa che non si cataloghi subito e che non sia immediatamente reminiscente di altri mille cloni e clichè. Ottimo l’accostamento di growl e clean vocals, il tutto fluido e corente, all’interno di ogni brano e tra i brani.
Squisitamente intrigante la track 5, Abelard and Heloise, che parte pienamente gotica con tanto di voce narrante, per poi trasformarsi in qualcosa di più pesante e cadenzato. La tragica storia d’amore epistolare tra il monaco Pierre Abelard (1079-1142) e la suora Heloise (1101-1164) [per saperne di più: http://www.sacred-texts.com/chr/aah/index.htm, nda] viene resa molto bene dal duetto growl-voce femminile, creando atmosfere struggenti e angosciate.
Completamente diversa In Ruins, pesante e piena di groove, un pezzo death aggressivo e diretto. Lamentations torna invece al melodico-introspettivo cantato, alternato sapientemente a parti growl più veloci e pesanti.
Si giunge così alla penultima The Raven Sky, ben 10 minuti in cui si ripete il verso “This blood flows thick with the dust of years”, da cui il titolo dell’album. Anche qui l’alternanza cadenzato/melodico e un forte accento sulla malinconia, soprattutto nell’interludio.
Si chiude perfettamente con Oświęcim, brevissimo messaggio di addio, una promessa: “I will not forget your name, I will not forget what happened to you….”. Pezzo acustico, che poi scivola in una trance quasi inudibile di tre minuti, straordinariamente potente grazie anche alla recitazione del guest narrante Pete Spencer.
Un album da non sottovalutare e da ascoltare assolutamente più volte. Speriamo sia il primo di una lunga serie!

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