E rieccola qua Kari, a qualche anno di distanza da quel gioiellino che era “Pilot”. “Other People’s Stories” è la nuova fatica dell’artista norvegese (che tra l’altro questa volta si presenta come Kari Rueslåtten e non con quel “Kari” che campeggiava sul precedente lavoro e che faceva tanto “Elisa” o “Giorgia”… nome e cognome norvegese suoneranno meno internazionali, ma secondo me suonano anche decisamente meglio), sarà allo stesso livello del cd precedente?
Purtroppo no. “Other People’s Stories” non è un brutto disco, tuttavia non raggiunge i livelli di “Pilot”. Probabilmente perchè non si scosta più di tanto da quanto già fatto, continuando a proporre canzoni basate principalmente sull’interpretazione vocale sottolineata da un minimale e leggero sottofondo strumentale, in cui l’elettronica ha però un’importanza primaria.
La differenza col passato è che stavolta c’è un po’ di minimalismo in meno ed un po’ di calore ed energia in più, tuttavia il risultato non stupisce come accadeva prima. Detto questo ribadisco: canzoni come la title track, pezzo delicato e dal feeling positivo, o come “Carved in stone”, che invece risulta un pò più “inquieta”, sono sempre un piacere da ascoltare, Kari ha classe e si nota. Per chi se lo stesse chiedendo poi anche questa volta c’è un pezzo in cui appare il cantato senza nessun accompagnamento, infatti “Fishing” si apre con una lunga sezione in cui la nostra norvegese si esprime senza strumenti in sottofondo. Episodi un po’ diversi sono poi “Dogstar”, in cui sono più evidenti le influenze trip hop, e “Push” e “Ride”, in cui il suono è molto più pieno e la voce è un po’ meno in risalto, pur rimanendo sempre un elemento fondamentale (“Ride” tra l’altro ricorda “Never Let Me Down Again” dei Depeche Mode). Va notato quanto poi la produzione sia curatissima e decisamente adatta a queste sonorità (la stessa Kari ha interessi in questo senso ed ha studiato in questo campo).

Insomma, io “Other People’s Stories” lo consiglio agli appassionati di certe sonorità soft intimiste e sussurrate (se vi piacciono queste cose e non conoscete Kari o siete rimasti alla diversissima Kari che cantava nei The Third and the Mortal dovreste provare a dare un’ascoltata alle ultime due produzioni di questa artista), se vi era piaciuto “Pilot” molto probabilmente apprezzerete anche questa nuova fatica… resta però il fatto che se si fa il confronto tra gli ultimi due dischi “Pilot” ne esce vincente, e questo lascia un po’ l’amaro in bocca (e giustifica il punto in meno assegnato).

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