Nuovo concept album, che uscirà il 3 aprile, per gli High on fire. Già, decisamente concept, come sostiene l’entusiasta Pike relativamente alle sue affermazioni. Questo album segna il prossimo capitolo nella loro devastante saga metal e come sostiene egli stesso è un incrocio tra il loro sperimentale “Death Is This Communion” e l’oscuro “Blessed Black Wings” con caratteristiche trash/doom e un sacco di improvvisazione, anche se ciò a cui volevano dare vita era già abbastanza pianificato nel loro “grembo mentale”.

Dette più o meno le personali opinioni sulle caratteristiche dell’album a livello musicale, sempre Pike si concentra sulla nascita di questo disco, il cui nome “De Vermiis Mysteriis” che ( I misteri del Verme) si rifà all’opera del 1935 del compianto e geniale autore di Psycho, Robert Bloch , che più tardi verrà ripresa e incorporato nel mito di Chtulu di H.P. Lovecraft. Il mistero del verme è una delle figure più infernali ed oscure relativamente all’uomo, all’origine umana, quindi un titolo del genere prevede decisamente un album di un certo spessore, sia strumentale che a livello di testi.

Il pensiero/concept di Pike e di questo album sta in un viaggio da buon stoner quale è: dice di avere avuto questa idea relativamente a Cristo e all’Immacolata Concezione. “ Come sarebbe stata se Cristo avesse avuto un gemello che alla sua morte gli ha dato la vita? E come sarebbe stata se quel gemello fosse stato un viaggiatore del tempo in quel momento, che vive la sua vita andando avanti , fino a che non trova questa pergamena da un antico alchimista cinese, derivante dal siero del Loto Nero, per poi iniziare a viaggiare indietro nel tempo? Lui può vedere il passato attraverso gli occhi dei suoi antenati, ma i suoi nemici possono ucciderlo se uccidono l’antenato che vede attraverso quel momento, quindi si continua svegliare nel corpo di altre persone ed a volte cattive persone.” Questo è il “Pike-pensiero” relativamente all’idea del suo album, al suo lampo di genio che rimandano alquanto alle storie di Conan di Howard (lo stesso influenzato da Lovecraft) e pare quasi di stare all’interno di Quantum Leap, ci manca solo di veder apparire Samuel Beckett…

Comunque: Lovecraft, Howard e Pike mi sembra una buona combinazione per un concept album che sicuramente vuole lanciare il suo messaggio anche se in maniera abbastanza misteriosa ed oscura. Tutto sta a vedere se anche a livello strumentale siamo in linea con quanto detto fin’ora : BINGO!

Si decisamente gli High on Fire hanno fatto centro con questo bel “verme misterioso”di album, e sicuramente non lo scrivo in maniera dispregiativa, anzi, credo che le sonorità si adattino perfettamente al tema dell’album oscure al punto giusto e come già preventivate dallo stesso Pike anche sperimentali. Uno sludge perfetto, doom stonerizzato alla perfezione in cui viene “esorcizzata” in un certo senso la pesantezza del doom grazie allo stoner, lenti ritmiche nostalgiche alla palm desert che fa tanto Kyuss , ma con la carica arrabbiata e potente di Pike che da una marcia in più sicuramente all’album. Profonda quanto l’abisso della terra, profonda quanto l’abisso da cui viene fuori il verme. Mi ci sono immedesimata realmente in questo album prende parecchio all’ascolto e mi ha reso partecipe nel momento in cui l’ho ascoltato ed ha reso tutto ciò alla perfezione, grazie ai bassi potenti, tutto quello che volevano trasmettere. Assoluta combinazione vocale e strumentale, omogeneo, di piacevole ascolto, e NON orecchiabile, quindi riuscita decisamente perfetta come regole stoner metal.

Si potrebbe fare una bella scansione di questo album, canzone per canzone, ma tale omogeneità non mi riesce ad analizzarlo, in quanto è proprio meritevole di essere ascoltato colpo su colpo del basso di Matz e della batteria di Kensel, riff dopo riff di chitarra sempre del bravissimo Pike e lasciarsi trasportare magicamente dalla sua graffiante ma pure, a parer mio, affascinante voce. Insomma lo consiglio realmente.

Come ‘discreta’ amante del doom e dello stoner lo consiglio, è un lavoro fatto bene, non troppo elucubrato ed autocelebrato dagli stessi artisti e pure questa caratteristica mi è piaciuta parecchio.

Non c’è un pezzo preferito in quanto sono davvero uno meglio dell’altro: depressivo, misterioso ed oscuro, ma non troppo apocalittico. Il pezzo che da più carattere all’album è proprio il titolo dall’omonimo album e l’entusiasmo di Pike in questo disco sono riuscita così a confermarlo anche io, perché davvero coerente con quello predetto prima dell’ascolto.

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