Nonostante sia vietato affermarlo, da un certo punto di vista, quella del metal è una scena alquanto modaiola, prevedibile nella quale avvenimenti dello stesso tipo sono in grado di raggrupparsi tutti insieme in un lasso di tempo più o meno lungo. Non diciamolo a nessuno ma saranno pochi, tra i lettori più attenti, quelli che si ricorderanno degli Headunter, thrash band teutonica nata dall’espulsione di Schmier dai Destruction. Oggi, però, è tempo di reunion ed il bravo singer non evita di rammentarcelo, scavando dalla fossa e riproponendo la formazione sciolta nel ’96, causa suo riavvicinamento ai Destruction, con Uwe Hoffmann alle chitarre e Jor Michael (già Rage, Running Wild e Saxon) alla batteria.

Un ritorno piuttosto contraddittorio da parte di una band rodata e consolidata che riappare, dopo più di dieci anni, con un disco differente dai precedenti e con un’anima piuttosto altalenante. L’intento dei nostri sembra essere, come al solito, quello di unire alla marzialità del thrash teutonico, nel DNA del frontman, al groove di quello statunitense. Ciò che stupisce è che tutto ciò avvenga, da parte di una formazione d’esperienza, in un disco senza un’anima consolidata e nel quale, per riempire la tracklist, si è dovuto far ricorrere a due pessime cover; nella fattispecie ’18 And Life’ degli Skid Row e ‘Rapid Fire’ dei Judas Priest. Le altri dieci composizioni si muovono, con una proprietà d’esecuzione impeccabile e capacità tecniche ineccepibili, sui lidi già citati qualche riga sopra senza tergiversando, però, nel trovare la quadratura del cerchio. Nell’arco della durata del lavoro, infatti, si può assistere, disordinatamente e senza una vera e propria omogeneità, agli assalti in stile (guarda un po’) Destruction, ad alcuni momenti più cupi che rimandano ad alcuni Iced Earth così come, e non sono pochi, a rimandi al power dei Gamma Ray citati nella foga di voler dare troppo feeling al sound. Il risultato di tutto ciò è un disco senza una “mano” che restituisce una manciata di brani, nella maggioranza dei casi, buoni e piacevoli da ascoltare senza pretese. Tolto qualche episodio trascurabile come la solita inutile intro e qualche brano come la pessima title-track, il disco scorre vi veloce sotto un riffing fin troppo variabile, l’urlo sgraziato del sempre-verde Schmier e la fenomenale sezione ritmica di quel gigantesco dramme che è Michael. Tutto godibile, regolare e mai memorabile, come da copione, come previsto, come nel silenzio di una qualunque della miriade di reunion.

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