Glenn Hughes è stato e rimane un artista estremamente versatile, in grado di cantare ad altissimi livelli materiale sonoro spesso difficilmente accostabile. La sua è una delle voci più apprezzate (e venerate) della scena rock mondiale, vuoi perché il suo passato ha un peso non indifferente (Black Sabbath, Deep Purple) vuoi perché il suo presente è ancora ricco di soddisfazioni e (soprattutto) partecipazioni e progetti di grande spessore.
Quasi un moderno Re Mida, che trasforma in oro colato qualsiasi linea vocale interpreti o faccia propria.

L’ennesimo tassello della sua carriera solista ce lo presenta senza la consueta maschera hard rock, e dunque alle prese con quello che il singer britannico preferisce cantare sopra ogni altra cosa: il funk. Tra l’altro, acronimo espressamente voluto di questo ‘First Underground Nuclear Kitchen’ e vera e propria musa ispiratrice degli esordi artistici di Hughes. Fondamentalmente si tratta di un ritorno alla vecchia fiamma di una volta, con tanto di accoliti di grande spessore al seguito come Luis Maldonado, Ed Roth e Chad Smith. Un deja vu che, stando alla prima metà del disco, farebbe quasi gridare al capolavoro tanto è fascinosa e ispirata la nuova fatica del singer britannico. Poi, purtroppo, arriva una seconda parte un po’ troppo macchinosa e il potenziale masterpiece si ridimensiona inesorabilmente, mantenendo comunque un certo appeal tra i cultori del Glenn pensiero. Unico a non mutare è il giudizio sull’ugola di Hughes, ancora una volta letteralmente spaventoso per interpretazione e padronanza tecnica dimostrata. I suoi sono voli pindarici senza soluzione di continuità, sulle scorta di un bagaglio esperenziale mostruoso e francamente inarrivabile.

Non fosse per lui, ‘First Underground Nuclear Kitchen’ sarebbe semplicemente un onesto album di funk rock smaliziato e frizzante…

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