Gli Zool non si possono definire un gruppo nuovo. Infatti sono la reincarnazioni di ciò che erano i Moahni Moahna. Qualcuno di voi si ricorderà di questo gruppo dedito anima e corpo a suonare una musica ispiratissima dai Rainbow e Dio sufficientemente sperimentale.
Dopo lo scioglimento del gruppo il cantante Martin e il chitarrista Henrik Flyman hanno deciso di fondare un nuovo gruppo pur sempre fortemente influenzato dai Rainbow e da Dio ma molto meno sperimentale e più diretto, unendo anche alcune cose dei Deep Purple in certi passaggi. I musicisti coinvolti nel progetto sono tutti molto bravi, in particolare il cantante, sfido chiunque a negare la forte somiglianza con Dio. Elemento che fa sì che il gruppo sia proprio un clone dei Rainbow, il che a qualcuno potra’ dare fastidio ma ad altri farà piacere. Io sinceramente mi trovo in quest’ultima categoria. Le canzoni sono tutte di ottima fattura, pur con qualche punto non proprio brillante. La produzione non è proprio perfetta nel senso che suona come un album di quasi 20 anni fa. Sembra che si sia voluto ricreare il suono di quegli anni in cui i Rainbow furoreggiavano. Per quanto riguarda i singoli pezzi c’è poco da dire.
L’iniziale Snake Eyes è a mio avviso la più rappresentativa di tutto l’album, seguita da The Eye Of The Beast. Unisce il tipico sound dei Rainbow con il cantato di Dio e in sottofondo un organo che tanto ricorda Perfect Strangers dei Deep Purple. E’ una canzone sufficientemente elaborata più simile a quanto fatto nei Moahni Moahna. Più diretta risulta invece la successiva “Burning Ice”. Canzone molto grezza e aggressiva mentre Valley Of The Witch risulta molto semplice caratterizzata dagli assoli di chitarra prima e quelli di hammond dopo. In Balder (Son Of Odin) è invece magistrale la prova del cantante, un’interpretazione molto intensa. Parte subito veloce, con un harpischord che fa capolino qua e là, Dragon Chaser, e chitarrista e tastierista si sbizzarriscono in assoli.
Risulta un po’ fuori luogo The Rise Of The Evil Star che altro non è che un intermezzo strumentale. Segue subito la stupenda The Shepherd And The Lamb atmosferica ed evocativa. E’ una canzone lenta e che ho trovato molto medievaleggiante negli arpeggi. Una delle mie preferite. Throne Of Thor prosegue il discorso aggressività iniziato con Burning Ice. Da segnalare l’ottimo ritornello che si fa cantare molto facilmente.
Conclude l’album la lentissima Cross Of Greed. In conclusione un buon disco di Hard Rock molto ancorato agli anni fine ’70 primi ’80 che potrebbe fare la gioia di molti appassionati. E’ un lavoro, a mio avviso, che cerca di mantenere vivo l’interesse nei giovani di quelle sonorità che troppo spesso oggi vengono ignorate. Un album da tenere in forte considerazione.

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