Pubblicato nel 2012

Supersonicspeedfreaks è il nuovo lavoro degli Witche’s Brew, band già operativa dal 2008, che vede al suo interno mostri sacri della scena hardcore punk e grunge psichedelico anni 80 come rispettivamente, Mirco Bosco, ex chitarrista dei Disper- azione e Mirco Zonca, ex NoFuzz. Dal 2008 la line up ha visto dei cambiamenti, crescita e consapevolezza non solo nel songwriting ma soprattutto nella sapiente miscela di generi che come in un incantesimo hard/stoner rock ci fanno catapultare nel passato, per riallacciarci attraverso un filo infuocato al nostro presente. E i Witche’s Brew di oggi, propongono qualcosa che per quanto mi riguarda ho difficoltà a poter descrivere lucidamente, perché ogni pezzo che si proponga, dall’inizio alla fine, è talmente imperfetto che finalmente posso dire che non si limitano ad evocare il passato, ma che magicamente lo riportano prepotentemente, con quel modo con cui si faceva musica una volta, quello sentito, quel modo che vedeva la passione e l’improvvisazione fare da padrone su ogni intenzione pubblicitaria.

Definendo Supersonicspeedfreaks, oltre che alla caratteristica audacia delle sue sonorità, colpendo dritte nell’anima di chi ascolta e fondendo i più svariati stati d’animo e quindi generi, possiamo tranquillamente affermare che questo è un altro gioiellino della Black Widow, dove il suono puro e non lavorato, anzi non preparato o studiato meticolosamente a tavolino, si scioglie per lasciare posto ad una heavy jam session che solo mostri sacri italiani come quelli che hanno contribuito e collaborato con i Witche’s Brew – e come gli stessi Witche’s Brew- riescono a procurare.. E quando parlo di mostri sacri intendo personaggi come Nik Turner (Hawkwind), Steve Sylvester (Death SS), J.C. Cinel (ex Wicked Minds), Martin Grice (Delirium), Paolo Negri (Wicked Minds, Eletrcic Swan) e Ricky Dal Pane (Buttered Bacon Biscuit), oltre ai già citati Bosco e Zonca, che attivamente hanno saputo sancire questo album come una colossale combinazione esplosiva di tecnica, capacità compositiva ma soprattutto abilità nell’improvvisazione compositiva, quell’abilità che a tante nuove matricole, o meglio nuovi gruppi che si propongono con revival di certi anni, dovrebbero cominciare ad adottare per lasciarsi andare.. Non c’è miglior musica che quella che nasce dal nulla, che parte con una nota e sfocia in un mare di idee o di derivazioni e talvolta, come è capitato nel pezzo What d’You Want From Me, prende in prestito Gipsy degli Uriah Heep, barattando così le idee e le note, rielaborandola ed unendola nel finale in maniera così spontanea, che sembra appartenere alla band stessa. Supersonicspeedfreaks è una esercitazione prodigiosa per quanto riguarda sia gli aspetti tecnici, sia gli aspetti compositivi e non dargli il massimo dei voti sarebbe un suicidio oltre che un omicidio per quanto riguarda quel rock, che solo tanti anni fa si riusciva a respirare a pieni polmoni. Il rock lo si deve vivere , non lo si deve abitare e questo è un insegnamento che è alla base del saper trasmettere emozioni , che al suo interno riesce a collimare, fondere e confondere talmente tanti di quegli stili, generi e di quelle risorse, che sono rare da trovare . I Witche’s Brew dal 2008 sono maturati, più curati, più sapienti ed allenati nel sapere unire generi di riferimento come hard rock, stoner, grunge, blues, southern blues,kraut, rock psichedelico e rock n’ roll, sempre mantenendo il rispetto e la libertà della musica che non viene decisa da loro, ma è lei che decide cosa far suonare a loro ed è questo il vero segreto della riuscita di questo disco, come lo potrebbe essere di tanti altri, se solo si imparasse a non farsi esorcizzare dalla metodicità e da certe regole del “nuovo suono”.

Credo sia uno dei migliori album heavy blues/stoner che io abbia mai recensito. L’album è un’arma tagliente, un’ incisione in una lastra del tempo, è un colpo di spugna impregnata di spirito sporco e alcoolico che schiaffata violentemente su un panorama ormai troppo invaso da suoni digitalizzati, fasulli e camuffanti certe realtà live poi evidenti, viene incendiato e infuocato da un fiammifero.. e quel fiammifero si chiama esperienza. Il risultato è una nuvola luciferina che si sprigiona pian piano e come in un sogno lucido ci porta in atmosfere 60’s/70’s. L’entrata con Vintage Wine si apre in grunge/stoner dai suoni potenti, grezzi e rocciosi, viaggiando con lenta moderazione verso una inebriante performance di sax vivace che perfettamente e paradossalmente si fonde con la sofisticata maestria di Martin Grice, creando una jam di suoni incredibile e sperimentale. Voliamo direttamente alla hawkwindiana Children of the Sun, pezzo scritto e sottoscritto da Anderson e Turner in “in Search of Space”. Attraverso la leggerezza del flauto di Turner ci re immergiamo in epoche folkloristiche, lontane e ribelli per poi schiantarci nella stregata e Cooperiana Make me Pay, dove Steve Sylvester finalmente tira fuori la vena “maledetta” dell’album: un prog rock/stoner paurosamente lento e seducente dove la sempreverde, o meglio sempre diabolica voce di Sylvester, e la chitarra di Bosco sembrano leccare la mente e graffiare le orecchie .

L’hard rock che si respira sia in Tell me Why che in Magic Essence, sono scalate grunge e hard blues che si impennano sino a toccare della NWOBHM , dove le abilità vocali differenti di Jc Cinel e di Ricky dal Pane, le acrobazie chitarristiche di Bosco, il tocco vintage e psichedelico del moog di Negri (presente anche in Vintage Wine con l’hammond e con il synth in What d’You Want From Me), il corpo vibrante del basso esemplare di Zonca ed il trascinante ritmo percussionistico di Brando, sono tutti contenuti in una grotta nascosta e alla quale è davvero difficile resistervi a non entrare. Supersonic Wheelchair sancisce la meraviglia di questo disco, facendoci camminare su un ristretto vicolo di prog, trottando fino ad una cavalcata heavy meravigliosa, dalle atmosfere più chiare rispetto al resto che si trasforma in un rock n roll coinvolgente ed energico e che preso per le briglie da riff pazzeschi e da una esplosione artificiale di percussioni in finale, ci consiglia , senza neanche troppo sforzo, di ricominciare a riascoltare tutto da capo.. e chissà per quante volte.

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