Se avete già dato uno sguardo alla copertina e vi siete chiesti che musica suonino questi Windir probabilmente sarete caduti in errore, i norvegesi alla fine dei conti sono abbastanza lontani dalle radici del viking black metal.
Chi, come me, pensa che tale genere sia rappresentato da gruppi come Graveland e da album come “The Fire Of Awakening” può stare sicuro che in questo Likferd di viking non ci troverà poi molto. Consci di avere influenze molto disparate i Windir utilizzano per la loro musica l’etichetta “folkloric black metal” definizione onesta, ma che comunque non da un idea precisa di quello che troveremo nel corso delle 8 tracce del cd.
Le canzoni lente e monolitiche non esistono in questo disco, a fare da padroni e a catturare l’attenzione dell’ascoltatore sono invece i tempi veloci… conditi da assoli, tasiere, a tratti parti elettroniche stile Tidfall e cori epici. Tempi veloci basati su un riffing serrato che a volte richiama il black metal scandinavo, e a volte la proposta più death-oriented di gruppi alla Kalmah, tant’è che spesso sembra proprio di sentire il gruppo finlandese che si dà a sonorità più epicheggianti.
Non mancano le parti più cadenzate ed atmosferiche, ma sono sempre estremamente lineari nel loro incedere. Altri gruppi a cui paragonare i norvegesi potrebbero essere i primi Borknagar ed ovviamente il progetto Vintersorg; se non per qualità almeno per la ricercatezza del soundwriting.
Alla fine dei conti, come già detto, i momenti più interessanti di questo dischetto sono quelle in cui viene dato spazio ai tempi più sostenuti, nei quali il riffing è sempre sorretto da tastiere, con lo scopo (riuscito) di accentuare il pathos delle melodie.
Altri esperimenti molto riusciti sono il particolare cantato epicheggiante ed i cori. Si tatta comunque di una sola facciata della musica dei Windir e il resto non riesce sempre a convincere più di tanto.
Una volta ascoltate le prime due tracce (le più belle dell’album) che mostrano le cose migliori del disco diventa difficile proseguire l’ascolto senza annoiarsi. Con la quinta “Fagning” si ha un sussulto, ma la digeribilità della canzone è seriamente compromessa dalla durate eccessiva (8:31), lo stesso discorso vale per la conclusiva “Aetti Morkna” (7:48).
Probabilmente anche chi ama il viking e tutto ciò che può stargli intorno avrà difficoltà a farsi piacere appieno questo disco, e per i richiami a gruppi come i Kalmah bisogna dire che a questo punto vale ben più un disco dei finlandesi.
Le buone idee presenti sul disco non sono state sfruttate appieno e il suicidio del frontam Valfar pone un grosso punto interrogativo sul destino di questo gruppo che ora potrà tranquillamente morire nell’anonimato.

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