Il tour mondiale dei Whitesnake sta per volgere al termine. Iniziato l’11 Maggio scorso, e proseguito inesorabile nel corso di questi ultimi 7 mesi, come ultime tappe toccherà Germania, Olanda, Svizzera ed Inghilterra.

Mi trovo in Germania, a Stoccarda, presso la Ludwigsburg Arena. Arrivo sul presto, in modo tale da assicurarmi un buon posto in coda e la miglior posizione all’interno del palazzetto dello sport per il concerto. Riesco nel mio intento per un pelo: a pochi minuti dal mio arrivo, plotoni di rockettari appaiono da ogni dove, birre alla mano e ugole tonanti, e mi domando se alcuni di loro riusciranno a seguire il concerto da sobri! Il pubblico pare essere dei più eterogenei: tutti attorno a me, giovani, padri e madri di famiglia completamente ricoperti di articoli di ferramenta varii ed eventuali, che portano al concerto i loro pupetti 14enni, e pure qualche metal-nonno bardato manco fosse un cavallo da tiro. Fantastico! Nell’attesa, qualche chiacchiera con amici, qualche coro inneggiante agli Snakes, e l’adrenalina che sale: non li vedo da agosto! E dai video disponibili su youtube degli ultimi concerti, parrebbero esserci alcune interessanti novità riguardo alla setlist.

Il palazzetto è una struttura atta ad ospitare al suo interno eventi sportivi e concerti. Spalti capienti e platea, grandi aree d’attesa e bar. Bel palco e le consuete mura di Marshall a fare da sfondo. Aprono la serata i THE ANSWER, irlandesi, on the road ormai dal 2000 con un hard rock tendente mica poco al blues che li ha portati a far da spalla ai Deep Purple nel 2006, Paul Rodgers ed Aerosmith, tanto per citare qualcuno, oltre che a ricevere complimenti da Joe Elliot e Jimmy Page in persona. Sebbene non l’abbia vista tutta – hanno iniziato a suonare mentre stavo intervistando Brian Ruedy – la loro performance è ipnotica, un vero e proprio viaggio nel tempo. Improvvisamente mi sento come catapultata negli anni 70, e pur non conoscendo nessuno dei loro pezzi, mi ritrovo a scapellare e ballare i loro brani, che mi riprometto di risentire al più presto e con maggiore attenzione. La loro mezzora a disposizione si esaurisce, e la Snake crew comincia a
settare il palco. Un saluto ai tecnici, qualche subdola chiacchiera per farne avvicinare a bordo palco uno in particolare – quello che ha in mano la setlist – e poi click! Ecco in anteprima assoluta cosa mi avrebbe attesa dopo “my generation” degli Who, consueto segnale di inizio concerto:

– Intro
– Bad Boys
– Give me all your love
– Love ain’t no stranger
– Deeper the love
– Steal your heart away
– Forevermore
– Guitar duel
– Snake Dance
– Can you hear the wind blow
– Rock me baby
– Love will set you free
– The badger
– Drum solo
– Is this love
– Fool for your loving
– Here I go again
– Burn
– Still of the night

La giusta commistione tra glorie del passato e brani dall’ultimo album, Forevermore.

David fa il suo ingresso sul palco, in forma smagliante e con la sua splendida camicia bianca, ruggisce un energico “are you ready?”, ed ecco che attaccano Bad Boys. Sessione ritmica rocciosa, ma daltronde Tichy e Devin possono contare su un affiatamento già ampiamente collaudato sin dai tempi dei Lynch Mob, le due chitarre tonanti, e un frontman piuttosto in forma. David ha 60 e fischia anni ormai, ma l’energia che irradia dal palco è sempre la stessa, e sebbene Bad Boys original version sia in Mi minore, e qui invece sia in Do diesis, la resa è veramente ottimale.

Gimme all your love è una schiacciasassi, e sulle note di questa canzone le milf presenti si scatenano in danze che farebbero impallidire persino una ballerina di lap-dance. David canta ed ammicca in continuazione, comprovando la sua sempiterna fama di “sguardo che ingravida”. Reb Beach si lancia nell’assolo con classe e diteggiatura da manuale, accompagnando il tutto con le sue consuete faccine da roditore del Nebraska.

Le tastiere del bravo Ruedy introducono Love ain’t no stranger, David ci culla tutti quanti con il calore della sua voce dei primissimi versi, incita il pubblico al singalong, che prontamente risponde, braccia in alto ed occhi socchiusi. La musica esplode, ed il demone dell’hard rock si impossessa di ciascuno di noi, acquietandosi solo qualdo Doug, imbracciando la sua Les Paul, percorre le note dell’assolo, preciso, pulito e senza pecche.

E fin qui, tutto bene. Non posso credere alle mie orecchie quando, dopo qualche colpo di piatti, sento quelle note, una dietro all’altra, che messe insieme si chiamano The deeper the love! La resa è estremamente evocativa, e sebbene nelle parti alte si comincino ad avvertire i limiti vocali di David, i miei occhi diventano lucidi. Nemmeno il tempo di tirare il fiato con questa splendida ballad, e dopo una breve introduzione da parte di David, Doug e le note della sua chitarra, distorta e dal gusto molto country, non fanno presumere altro che

Steal your heart away! La canzone con cui si apre l’ultimo album, e la prima canzone di tutta la setlist tratta dall’ultimo album, Forevermore. Il tipico e trascinante motivo hard rock di matrice stellestrisce, dove rotondità di grancassa e pacca del rullante la fanno da padrone; e qui si salta! Il cambiamento di sound e se vogliamo, anche di genere, appare netto e indiscutibile, ma non appare nè forzato nè pesante. WS vecchia scuola e WS nuova era sapientemente mescolati, per rievocare emozioni e ricordi del passato, e per dichiarare la propria identità attuale.

Segue un piccolo sketch di David, che presenta al pubblico uno sgabello dicendo “Whitesnake furniture…nice piece of shit, all the way from Birmingham! … and this is styled perfectly to fit Doug Aldrich’s finely sculpted ass”. Ed ecco Forevermore, la ballad tratta dall’omonimo album, dedicata al pubblico presente. Acustica all’inizio, prepotentemente hard rock dalla parte centrale in poi, interpretazione sentita ed estremamente emozionale.

La Guitar Duel tra Aldrich e Beach concede a David un momento di riposo, e sebbene a combattere l’uno contro l’altro ci siano due dei talenti più in vista dell’hard rock di tutti i tempi, a mio avviso risulta sempre troppo lunga. Intendiamoci, i due sono immensi, tecnici, coinvolgenti ed autoironici – fantastico quanto l’uno suona e l’altro lo guarda con sufficienza, braccia conserte, in attesa del proprio turno – ma per fare un tale sfoggio del proprio talento ci sono le clinic.

Segue, rispolverata dall’anno 2004, la Snake Dance, motivo sempre chitarristico dalla carica sensuale prorompente, che mi fa simulare un amplesso con la transenna a cui sono aggrappata da circa due ore, preludio per

Can you hear the wind blow, seconda traccia del penutlimo album Good to be bad, inaspettatamente riesumata: cori di accompagnamento di grande incisività, musica trasportante, sebbene io abbia trovato il pezzo un poco fuori luogo… .

Un breve inciso di Rock me baby di BB King introduce

Love will set you free, il singolo dell’ultimo album Forevermore, di cui è stato girato anche il videoclip. Si tratta di una canzone particolarmente importante per Coverdale, perchè narra del primo incontro con quella che poi sarebbe diventata la sua attuale compagna di vita e moglie, Cindy. Imprinting quasi pop, molto coinvolgente, cori sugli scudi, e il pubblico lanciato in un singalong senza pari. Il bello di un concerto dei Whitesnake è proprio questo. Oltre all’eterogeneità del pubblico, i clamori non sono solo per le glorie del passato: la partecipazione è piena ed entusiastica anche per le opere recenti, che sebbene abbiano una matrice piuttosto differente da quello che era lo stile tipico del Serpens Albus, riscuotono comunque consenso e approvazione presso i fans.

Che giunti a questo punto, potrebbero nuovamente e lievemente storcere il naso, di fronte al seppur interessante ma comunque lunghissimo assolo di batteria di Brian Tichy, il cui drumset è addobbato come un albero di Natale con luci colorate, e che utilizza bacchette ricoperte di nastro fluorescente. Facendo onore alle proprie influenze musicali, finisce con il percuotere la batteria a mani nude, rendendo omaggio al batterista dei Led Zeppelin, e facendo volare per aria una quantità incommensurabile di bacchette. Ad un certo punto, ecco Devin e Aldrich spuntare alle sue spalle sulla pedana, unirsi alla ritmica, per poi concludere un un brindisi e una golata di birra tutti insieme! Ma a parte questo… Batterista davvero talentuoso e davvero d’effetto. Ma come dicevo poco fa per il Guitar Duel, chicche che solo i segaioli dello strumento possono apprezzare appieno.

Con il ritorno di tutti sul palco, ecco il lentone: Is this love! Nelle basse, Coverdale ha ancora un intero arsenale di cartucce da sparare: attorno a me, gente che limona duro a tutto andare e che si avvinghia manco fossero dei Serpenti, e qui il colore, bianco, verde, rosso che sia non fa alcuna differenza. Tichy si dimostra un ottimo batterista, che picchia come un fabbro ferraio incazzato, ma sa essere un ottimo motore anche su pezzi come questo, dove la resa non è sempre scontata.

Si prosegue con Fool for your loving, e il nostro David ruggisce con la prepotenza di un leone, accompagnato da cori possenti e da chitarre tonanti. Si balla, si salta, e si attende la successiva

Here I go again, accolta sempre con grande attesa ma al contempo amarezza, in quanto segnale della prossima fine del concerto. La dolcezza di questo pezzo è indiscutibile, la folla canta talmente forte che quasi copre la voce di David. Tanta dolcezza per prepararci alla successiva

BURN!!! Vi confesso che lì sul momento non sono stata molto attenta all’esecuzione di questo pezzo, mi sono lasciata possedere e mi sono lanciata in danze sconsiderate e urla disumane, ripromettendomi di cercare poi le riprese su youtube. Che ho trovato, osservato con attenzione, e pur essendo un bel pò di semitoni sotto, ho approvato in pieno! Le chiare influenze anni 70 di Devin, la pacca di Tichy, il muro sonoro creato dal duo Beach Aldrich, e il talento di Ruedy – sebbene non abbia fatto l’assolo paro paro – e la voce di David hanno fatto sfacelo, intervallata da Stormbringer, per poi ritornare a sè e proseguire con

Still of the night. Siamo alla fine. Granitica esecuzione e grandissima prova, anche scenica, da parte di tutta la band. La gestualità di Coverdale raggiunge livelli davvero al di là del bene e del male, fino ad arrivare ai saluti, “be safe, be happy, and don’t let anyone make you afraid”. We wish you well… .

Ottima location, acustica, suoni. Tante ore di treno, ma ne è ben valsa la pena. Ho scritto questo report cercando di mettere da parte il più possibile la componente “fan” per dare un  resoconto dettagliato e attinente alla realtà. E per concludere, vorrei spezzare una lancia in favore di Mr. Coverdale, che ha saputo far risorgere dalle ceneri i suoi Whitesnake, riportandoli in vita dopo un lungo periodo di assenza dalle scene, e riproponendosi al pubblico con nuove sembianze, sonorità e immagine.

Thumbs up, ed arrivederci al prossimo tour!

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