Pubblicato nel 2010
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Giungono al loro primo lavoro ufficiale su lunga distanza i nordici Warfect, svedesi dediti ad un sound Thrash marchiato Usa.
Lo fanno con un lavoro che ci lascia intuire la bontà del progetto, che mescola i capisaldi del genere , i Metallica, con un tocco di Testament e un pizzico di Slayer. Quello che ne esce è un disco fatto di riff rocciosi e massicci e ritmo sostenuto, che fa della potenza pura il suo maggior pregio ma in fin dei conti anche difetto.
Ad emergere dalla valanga sonora che si abbatte sull’ascoltatore sono soprattutto il grande e puntuale drumming, a tratti davvero infernale, e il lavoro di guitars, che riescono ad imprimere struttura rocciosa ai brani ma sanno anche incastrare assoli e linee melodiche nella trama fittissima delle song.
Non convince invece il cantato di Fredrik Wester, troppo monocorde ma soprattutto troppo simile a J. Hetfiel, anche nelle declinazioni delle parole, tanto da rendere song potenzialmente valide alla fine noiose e statiche, portando a galla dopo qualche ascolto una certa monotonia di fondo.
L’album infatti sorprende per aggressività fin dall’iniziale “Creation”, per toccare il culmine nella seguente “Heathen Reigns”, in cui i quattro membri della band toccano forse il più alto punto della loro prova discografica, con inserti quasi moreschi di chitarra al termine di un portentoso cavallo imbizzarrito fatto di batteria e guitars.
Poi l’album non si discosta molto dai canonici tratti del canonico Thrash, con partiture di chitarra semplici ripetute per intere song, in un turbine musicale splendido e carico di energia al primo ascolto ma poi un po’ banalotto e prevedibile ai seguenti.
Tra le note positive però la ballata (immancabile): “Never To Return”, con quel tocco di chitarra acustica e il cambiamento di voce alla Pantera nei cantati lenti di Phil Anselmo o simile alla “Nothing Else Matters” dei Metallica, con arpeggi intriganti e suadenti ad avvolgere la voce lontana e pacata del singer.
Un album difficile da giudicare, diviso tra la non dubbia qualità dei componenti della band e un disco non male ma niente più. Il primo album è meta e sogno di tutte le band e soprattutto una carta da giocare con molta attenzione. I nostri hanno scelto di non azzardare, scelta non deprecabile ma certo non audace. Sono bravi, questo sì, e se sapranno trovare la loro personalità potranno anche creare lavori interessanti in futuro. D’altra parte adesso siamo nella seconda epoca d’oro del Thrash Metal a livello mondiale, e lo spazio non manca certo per nessuno. Aspetteremo.

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