Evitare di girare a vuoto disquisendo su chi non c’è più è, per chi proprio non riesce ad abituarsi a quel posto vacante, impresa ardua ma, allo stesso tempo, necessaria nel tentare di inquadrare al meglio un disco dei Voivod nel duemilasei. La volontà c’è, il materiale pure, ma i “però”, suggeriti dai fatti, restano troppi e troppo evidenti.

‘Katorz’; un’assonanza con la lingua francese che rimanda, in maniera forte e chiara, al numero di uscite che hanno segnato la carriera di una band longeva, sempre eccezionale ed unica ma dalla quale resta utopistico attendersi colpi di coda. Ricalcando la falsa riga del songwriting d’esperienza che aveva scandito la precedente uscita, infatti, i Voivod si mostrano la solita formazione sopra la media in cui, però, capacità, voglia e volontà di estraniare/colpire/spiazzare sono ridotte all’osso.

Armandosi di fare cinico e volendo bocciare un album che rimane lontano anni luce dalla piattezza del “medio”, si potrebbe affermare, con tante scuse all’artista ma in maniera lecita, che il gioco è finito, che tutti possiamo tornare a casa perchè, dai Voivod, un bel disco (e basta) nessuno può e deve volerlo. Troppo facile per questa formazione fornire dieci brani “avanti” e allo stesso tempo lontani da chi ha abituato ad un modus operandi da fenomeno. Stessa formula degli ultimi tempi dunque per una normale amministrazione da dieci che emoziona, piace ma non colpisce con i consueti riff struggenti, striscianti, pesanti che si incalzano sul beffardo lavoro vocale di quell’animale che porta il monicker di Snake. Il “solito”, sospeso tra la sicurezza di ‘Angel Rat’ e la comodità di ‘Voivod’. Il classico atipico lavoro di chi sa che tasti premere ma non riesce a prendere l’iniziativa di un tempo. I complimenti sono leggittimi, gli inchini ovvi, il cappello è giù dal capo, ma, cari Voivod, il vostro genio stazionerà per sempre altrove.

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