I Vietcong Pornsurfers, giovane gruppo scandinavo, nasce per venire a salvare il “mondo punk rock moderno” da quei matusa di gruppi, ormai rinsecchiti nei loro ricordi di gloria , che sicuramente un tempo potevano anche sfornare qualcosa di qualitativamente buono, ma che ora hanno tirato i remi in barca perché musicalmente (o cerebralmente) immotivati a produrre (forse per il troppo o per il poco successo). We Spread Disease , secondo album della band, può essere letteralmente tradotto ed interpretato per ciò che indica : diffondere la loro malattia o malattie, che io intendo come musica, quindi come genere musicale, attraverso le loro capacità tecniche e rielaborative e questi giovani, sinceramente, ne hanno parecchie, che tuttavia, non possono fare altro che migliorarle, data la loro età e la loro esuberanza. Capacità che vedono quelle di riprendere un punk rock seminato negli anni 90 e poi abbandonato per qualche strada molto più commerciale.

Quindi che cosa fanno questi Vietcong Pornsurfers di tanto speciale? Prendono ispirazione da mostri sacri punk rock , glam , rock’n roll, quindi hard rock, come Iggy Pop, Stoogees, Gluecifer,Billy Idol, Dead Boys ed Ac Dc, mischiandoli a mostri un po’ meno sacri, dello stesso genere, ma di epoche diverse come Green Day, Offspring, i primissimi Bloodhound Gang , riaccendendo così i colori di quell’ ormai desaturizzato punk rock. L’album si apre con Marcel, una prima scarica con incipit vecchio punk anni 70, che magicamente vede incontrarsi e fondersi uno stile crudo alla Sex Pistols a quello più ammiccante di Billy Idol. Accattivanti e graffianti, in pochi minuti accendono la miccia di questo album, che ci accompagnerà sino alla sua fine , per far esplodere questa bomba dalle sembianze “levigate” – e con questo aggettivo intendo la poca esperienza, che di solito viene rappresentata da un bel po’ di “rughe” – ma molto intraprendenti.
Dead Track parte con una coinvolgente linea di basso, accompagnati dalla voce incisiva di Tom K. Pezzo che non solo è carichissimo di energia, ma talmente tanto orecchiabile , che sarebbe perfetto persino per radio (anzi forse finalmente sentiremo qualcosa di diverso dalla solita commercialità odiosa). Un rock di quelli che ti entrano dentro, un rock che ci riporta a quelle teen age band che qualche anno fa erano in grado di fornire prodotti, che nonostante risultassero pressochè commerciali, acchiappavano le orecchie e pure le tasche di tutti per acquistare i loro album o singoli di successo (pensiamo alle trite e ritrite Hitchin a Ride, piuttosto che Pretty Fly for a White Guy).
The Best Song, anche qui ci troviamo innanzi a mitragliate veloci di batteria, voce , chitarra e basso, che tutti insieme sembrano cavalcare musicalmente un’ estate, che nonostante metereologicamente stenti ad arrivare , riescono ad anticiparla ampiamente grazie a questo cd. Lodo tecnica, capacità e sporcizia di quella buona e genuina, che non fanno altro che arricchire e determinare l’impronta “punk alla portata di tutti” e non solo dei “teens”.

Con Selfdestructive si da più campo ai passaggi di chitarra, che in modo acuto e rozzo, spianano la strada alla voce del cantante che come una frusta da sempre più carica ad ogni pezzo : c’è un equilibrio grandioso tra parte strumentale e vocale, senza mai cadere nel banale, senza mai risultare “un prodotto per ragazzetti” ed è questa la carta vincente dei Vietcong Pornsurfers.
Make you Hate mantiene una linea più punk, First High invece si orienta su una linea più rock n roll, completa di cori freschi, appena accennati e perfetti al pezzo , che non alterano e indeboliscono la solistica di Tom K.
Con I Hate Your Band già scende un po’ di livello rispetto a quello ascoltato ed elogiato fino a questo momento (scende perché forse stanno toccando il limite della adolescenza planando sulle orme un po’ più trashanti dei gruppi punk anni 90 già citati) per poi risalire e rifarsi subito dopo con Just Another Crime, con colpi di basso e batteria che, assieme all’ energia e alla “tenuta di strada” del cantante, riescono a riportare l’album sulla linea mantenuta sino ad ora . In Diseases , Tom K da prova davvero della sua bravura e della sua capacità di saper cavalcare ogni singola nota e, nonostante ci troviamo in un contesto punk rock, la sua intonazione e bravura si accavallano sinuose ad uno stile “rape” tipico del genere che lo valorizzano.
ADD nell’intro è fantastica. Questa e Dead Track sono le mie preferite. Ormai il cantante mi ha rapita, perché si sta dimostrando sempre più abile nelle sue capacità, forse oltrepassando anche le aspettative e le impressioni più che positive riscontrate e scritte sino ad ora. La cosa che mi destabilizza e mi meraviglia, è che una come me, di fede e gusto “doomiano”, si metta a recensire del punk rock brioso e giovane, piuttosto che un punk rock molto più violento e rabbioso, e che affermi la riuscita del loro lavoro, beh , vuol dire che mi ha presa realmente, forse alleggerendo un po’ quel mantra funereo che tanto mi garba. Questi cari, bravi e giovani svedesi, nonostante provengano dalla terra fredda ed oscura , prolifica soprattutto per un certo tipo di metal, piuttosto che altri generi distanti dal loro, riescono a rivoltare lo stereotipo della loro provenienza, mantenendo tuttavia quella calamita attrattiva, che solo i paesi nordici riescono a provocare a livello sonoro (ed anche culturale, per essere completa nella mia precisazione).
Il disco si conclude con We gotta Burn e la miccia sta per far esplodere la bomba ….. o forse è questa la miccia appena accesa e quindi l’inizio? Non si capisce e non ha importanza neanche capirlo, perché è talmente composto bene questo album, talmente estroso, vivace, disincantante, casinista, increspato, destabilizzante , tridimensionale e pregno di coinvolgimento festoso, che inizio , fine e tutti i pezzi contenuti, li considero come singole entità in un’unica opera. We Spread Disease lo definisco qualcosa che merita di essere incluso nel proprio scaffale rock, nella speranza un giorno di potermi dare ‘na botta di vita, magari assistendo ad un loro live.

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