Finalmente! Non vedevo letteralmente l’ora di recensire questo “Bergtatt” degli Ulver, o meglio, non vedevo l’ora di recensire un album qualsiasi di questa splendida verità norvegese; di fatti i nostri sono una delle pochissime band che con gli anni hanno subito una metamorfosi che li ha portati dal black metal di ottima fattura della demo “Vargnatt” (1993) a mutare fino ai giorni nostri con la recente release ambient-elettronica “Svidd Neger” (2003, per altro colonna sonora dell’omonimo film). Passando per il folk tipicamente norvegese (“Kveldssanger”, 1995), l’industrial (“Themes From The William Blake’s The Marriage Of Heaven & Hell”, 1998), il trip-hop dalle mille sfumature (“Perdition City”, 2001), gli Ulver sono per l’appunto approdati nel nuovo millennio con l’Ambient e l’Elettronica.
Ognuno di questi album sopraccitati (ed anche quelli non, credetemi) meritano a parer mio l’acquisto immediato, o se non altro un attento ascolto, in quanto in grado di suscitare emozioni che possono variare dalla rabbia primitiva del black metal, alla malinconica tristezza del trip-hop (che nel caso Ulver ingloba anche elementi jazz, ambient, rock e tanti altri ancora).

Ma passiamo al nostro “Bergtatt”, album registrato nel 1994 nelle fredde lande della Norvegia, terra che non ha mai smesso di regalarci gioielli di band quali Mayhem, Emperor, Dimmu Borgir, Satyricon, Borknagar, Arcturus e via discorrendo…
Il disco si snoda in cinque composizioni, 5 “Capitler” di puro black metal bilanciato perfettamente al folk nordico di splendida fattura, con chitarre acustiche, flauti e ampi tratti di cantato pulito (ovviamente e rigorosamente in norvegese!); il tutto ci trascina in una fredda spirale che però, ahimè, dura solamente 35 minuti… va detto: 35 brevi ma intensi minuti spesi veramente bene.
Non esiste una traccia migliore ed una peggiore, l’intero album è una perla, dove dolci melodie acustiche si combinano a malvagie sfuriate elettriche, le quali tornano inesorabilmente indietro per lasciar nuovamente spazio a stacchi folk-atmosferici e così via.
Ottimo esempio di quanto detto è la terza (geniale) traccia: “Capitel III: Graablick Blev Hun Vaer” ossia “Chapter 3: Graablick Watches Her Closely”, dove i blastbeats di Aiwarikiar si interrompono bruscamente per lasciare libera scena ad un’affrettata corsa nel bosco (scopritelo da voi chi e perché questo qualcuno o qualcosa sta correndo) per poi riprendere più furiosi e violenti di quanto non fossero prima.

E’ bello che col tempo persista ancora una band come gli Ulver, unici ed inimitabili, geniali ed in continuo progresso, certamente una spanna sopra rispetto alla media. Se non è stoffa questa…

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