Secondo album per i tedeschissimi Tyrant Eyes, che fa seguito al debut Book of Soulsuscito nel
2000. Il gruppo propone un metal a metà strada fra un sound più classicamente spartano e soluzioni
più melodiche e pompose tipiche del fenomeno power metal esploso in questi ultimi anni (anche se a dire
il vero ormai si è quasi arrivati al decennio), senza però mai arrivare a strofe iper-melodiche e ritornelli “zuccherosi”. Insomma, del così chiamato “happy metal” non ve ne è proprio traccia.
Questo anche perchè con un cantante come Alexander Reimund è molto difficile: sentitevi ad esempio
la granitica opener che porta l’eloquente titolo di Night of Defender. Alex riesce ad essere aggressivo
al massimo, con un cantato graffiante, roco e che sfiora quasi il gutturale in certi punti.
Ma questa è
solo una delle tre facce che mostra durante il susseguirsi delle linee vocali presenti in questo disco, ed
è sicuramente la migliore. Buono è anche il modo in cui si spinge in alto, senza strafare ma dosando bene
ogni acuto ed ogni nota alta. Più carente è invece l’esecuzione delle parti medie: il timbro che mette
in mostra non mi piace poi così tanto, anche se ci tengo a precisare che non vi sono errori tecnici o
stonature, anche perchè con le produzioni odierne è praticamente impossibile.
Ma se avesse usato per tutto l’album il suo cantato più aggressivo e duro, a mio avviso il risultato
finale ne avrebbe sicuramente ulteriormente giovato.
Allargando la visuale sul disco nella sua interezza, quel che si trova è sicuramente buono. Innanzitutto
la produzione è più che buona, il batterista Sascha Tilger, anche se alle volte un po’ troppo pestatore,
ha un drumming ottimo specie negli stacchi e nelle rullate. La chitarra è tagliente ed aggressiva quanto
basta e contribuisce a dare a tutto l’album un feeling notturno ed oscuro, anche se alcuni soli sono
un po’ troppo smaccatamente influenzati da Helloween e compagnia. Ho notato anche in un paio di frangenti
un riffing molto simile a quello degli In Flames, ma sono solo brevi spunti e non credo si possa parlare
di influenza vera e propria.
Ci sono comunque momenti più calmi come in NDE, anche se sono solo degli stacchi di passaggio e
(per fortuna) non è presente alcuna ballata romantica e neanche una vera e propria mid-tempo.
Abbondano invece gli episodi più di impatto come la già citata apripista, o come Command to Destroy,
dove il ritornello è un vero e proprio ordine di distruzione, e in cui torna a far capolino il timbro
più roco di Reimund.
All’appello mancano ancora due strumenti: il basso, che si esibisce in Gladiator un breve ma
ottimo assolo, e le tastiere, che invece sono usate principalmente come tappeti e accompagnamenti.
Forse alle volte salgono un po’ troppo in cattedra per il tipo di disco che è The Darkest Hour,
ma in alcuni fraseggi il loro innesto è di grande utilità.

In conclusione, se cercate qualcosa di melodico ma allo stesso tempo aggressivo, questo disco potrebbe
essere una buona soluzione: ci sono melodie che rimangono in mente ma non si trovano necessariamente e
forzatamente in ritornelli ripetuti milioni di volte. Non c’è particolare originalità nelle idee,
ma ci sono grinta e aggressività e, perchè no, delle belle canzoni. Merita un ascolto.

Davide Ferrari

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