I Torian sono una nuova power metal band proveniente dalla Germania. Dopo un demo cd, pubblicato nel 2003 e intitolato “Into the winter”, la band in oggetto è messa sotto contratto dalla nostrana Underground Symphony con la quale registra il debut “Dreams under ice”, quasi un’ora di power metal piuttosto trascinante e veloce con influenze che vanno dal thrash fino al metal classico tipico degli anni ottanta.

Personalmente ho trovato questo disco piuttosto incolore, a partire proprio dalla voce di Marc Hohlweck che si muove attraverso linee melodiche assolutamente standard e scontate. La sua estensione vocale è inoltre abbastanza limitata mentre la sua voce, a volte stonata, non riesce ad amalgamarsi con i brani composti dagli altri ragazzi della band e questo gioca a sfavore dell’economia generale delle canzoni. I rimanenti Torian svolgono invece un lavoro discretamente interessante, anche se i pezzi sono tutti piuttosto scontati, segno che la band non ha ancora raggiunto una maturità artistica che gli permetta di comporre brani d’efficacia e di sicuro impatto. Altro punto negativo per “Dreams under ice” è la registrazione, che si rivela piuttosto bruttina: le chitarre non sono per niente aggressive (a mio avviso una registrazione migliore avrebbe giovato tantissimo a tutti i pezzi), lo stesso dicasi per i solos che ahimé non riescono ad uscire puliti e potenti dalle casse dello stereo. Ad ogni modo la band ce la mette tutta per creare canzoni interessanti e mi sento di segnalare l’energica opener “Torian” seguita a ruota da “Leave this world behind” che nei suoi quasi dieci minuti di durata risulta piuttosto convincente tra cambi di tempo, ritmiche infuriate e riff dannatamente aggressivi. Le sorprese iniziano da metà album in poi e con “Born to win” i Torian compongono un pezzo trascinante, con un’ottima sezione ritmica, e riff di chitarra davvero buoni e interessanti che ben si miscelano con un chorus d’impatto. Da evitare la successiva “Decadence” che altri non è che un miscuglio mal riuscito di sonorità power con riffs di matrice thrash, mentre davvero affascinante è la conclusiva “Souls of fire” che presenta un break centrale evocativo e di brillante realizzazione.

Che dire in conclusione? Il disco è un continuo alternarsi d’alti e bassi, appena spunta un pezzo gradevole il successivo riporta di nuovo a zero il livello d’attenzione dell’ascoltatore che durante il pezzo precedente si era lentamente alzato. Non mi sento dunque di promuovere questi Torian, magari con il prossimo album e con qualche anno in più di maturità artistica sulle spalle sapranno fare di meglio.

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