La riuscita di un disco strumentale sta nel saper trasmettere emozioni o stati d’animo, estrapolando la parte più nascosta dell’ascoltatore e porla su piani che si distaccano dalla quotidianità. Talamanca con il suo Na Zapad è riuscito in questo perfettamente. Il nichilismo musicale che si respira in questo album è straordinariamente purificante. Na Zapad è un viaggio che ci fa partire ad est e ci fa arrivare ad ovest attraverso una sapiente miscela dei più svariati strumenti e delle loro combinazioni. Un disco “Umano, troppo umano” che prende l’ascoltatore e lo fa trascinare in strade senza meta, il cui obiettivo o messaggio è quello di ritrovarsi in una certa filosofia, quella dello spirito libero, del via-andante, colui che va via e si estranea dalla realtà, perché la realtà, quella fatta di regole, alla fine dei conti non esiste e per sentirsi liberi non deve esistere. Il prog che caratterizza l’album racconta attraverso le sue track una esperienza che si pone diversa da quella precedente dei Sadist, forse una voglia di evadere “dall’ade”, una voglia di pulirsi l’anima e renderla ribelle a un certo passato che non è rinnegato assolutamente, ma che si pone su strade e piani diversi forse per necessità re incontrarsi un giorno per poter produrre qualcosa di molto più maturo e consapevole e non c’è miglior modo di crescere che quello di vagare errando in solitudine per schiarirsi le idee e per sperimentare liberamente: misurarsi con se stessi e quindi con una crescita interiore. Talamanca ci è riuscito perfettamente in questo intento, anche se a lui poco importa del mio giudizio o di quello degli altri relativamente alla sua crescita, il suo messaggio è : con questo disco se volete fate come me e se vi piace provarlo, calatevi nei panni del viandante, che non ha dogmi o pregiudizi ma che attraverso un lungo viaggio ed attraverso le proprie responsabilità prende in mano il suo zaino, in questo caso i suoi strumenti , guidando la sua volontà verso una non volontà e non realtà.

La ricetta di Talamanca prevede una apertura new age, unendo parte synth e basso che tradotto letteralmente sarebbe l’unione del basso (corpo) e quella del synth (nuovi orizzonti) e che insieme alle percussioni di Olcese determinano i passi che partono da Vostock (est) , proseguono in Arevelk Arevmukt dove si attraversano terre lontane, magiche ed affascinanti: ritmi orientali che creano momenti di suspance o di riposo, si intercalano a scalate heavy più rocciose e più fluide che fanno ripartire il cammino. In Wala la linea keybords padroneggia , lasciando posto alternativamente a discreti ma incisivi assoli elettrici: una unione perfetta e pulita di jazz con heavy che mi ricorda non troppo vagamente gli Azymuth. Ed ora veniamo alla mia parte preferita, Dia Ballein interludio che apre a Syn ballein. Preferito in quanto c’è un grande significato dietro a queste due track : Dia ballein è l’esatto contrario di Syn ballein che etimologicamente paragonano rispettivamente il diavolo e l’acqua santa in poche parole. In Dia ballein, possiamo notare come sia identificata dall’uso di percussioni e tastiera che ci catapultano in una atmosfera pericolosa ed oscura ma che dura molto poco, per aprirci la strada verso la limpida chiarezza di Syn ballein, che con la sincerità dell’acustica supera gli ostacoli che si pongono durante la strada di questo viaggio aprendoci la strada a luminosi orizzonti che conquistano l’ascoltatore completamente e facendo dimenticare le brevi cupe negatività di Dia ballein. Si prosegue il viaggio attraverso scenari paesaggistici per tre track, ovvero in Oeste, Nbb e AO che vede l’uso assai sapiente di miscelare fusion con ritmi tribali e impennate heavy sempre molto congruenti e rispettose dell’atmosfera rilassante e delicata che il disco vuole trasmettere; ritmi e atmosfere che mi ricordano talvolta quelle del grande Vannelli. Proseguiamo con la cover di in The Mouth of Madness di Jhon Carpenter il pezzo più roccioso di tutti, più metallaro, che prende impronte più Sat(ri)aniche, più incattivite, che destabilizzano i climi così sognanti e infiniti avuti sino ad ora e che ci fa cadere davvero nella bocca della pazzia o forse, nella bocca della verità nichilista, perché si sa che la verità, come la realtà, non esistono, così si finisce per cadere in un baratro di tentazioni o forse di illusioni e i viaggi lunghi , come la vita, sono pregni di questi imprevisti. Si giunge così ad Ovest, a Na Zepad, dove atmosfere più sospettose date dal synth, ed anche più inquietanti e indefinite e , si alternano a vivaci e possenti colpi di batteria che accompagnano assoli magistralmente eseguiti per un risultato sorprendentemente fragoroso e disordinato che culmina e conclude il disco con un effetto nebbioso ed oscuro.

Concludo decretando questo disco come un lavoro elaborato che comunica mistero, introspezione, ma che comunica soprattutto una cosa : non importa cosa stai ascoltando, ma importa ciò che senti ascoltandolo. La bellezza, il fascino e la disciplinata pulizia e discrezione di questo disco rispecchiano in toto le qualità personali di Talamanca che qui si dimostra un’ombra che può seguire benissimo, continuando a viaggiare, le tracce appassionanti della magia e della maestria dell’immortale Zappa.

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