Se qualcuno si stesse ancora chiedendo quale futuro la mente di Richard Andersson avesse riservato per i suoi Majestic la risposta e’ qui, in questo terzo disco dei Time Requiem, e si puo’ riassumere in un unico, semplice concetto: evoluzione.
Dopo essersi scrollato di dosso gli ultimi rimasugli di power metal rimasti dai Majestic, il tasterista svedese, nel 2002 assolda il talentuoso chitarrista Magnus Nordh e assieme ad Apollo Papathanasio (gia’ cantante dei sopracitati Majestic), Jonas Reingold e Zoltan Csörsz fonda i Time requiem che, con il loro omonimo debut-album, fanno subito intendere la direzione intrapresa: un progressive metal neo-classico piacevole e magistralmente suonato. Dopo il live album del 2003, l’uscita di “The Inner Circle of Reality” non e’ che una piacevole conferma di questa direzione.
Sin dai primi secondi del disco, ci si rende conto della qualita’ tecnica e compositiva che questa formazione sa esprimere, senza cadere mai in stereotipi o in passaggi banali pur restando sempre fedeli alla loro tipica formazione neo-classica e mantenendo sempre una certa componente melodica che rende l’ascolto di “The Inner Circle of Reality” quanto mai piacevole.

“Reflections” e’ l’apripista e gia’ non lascia spazio ad interpretazioni equivoche con i suoi riff poderosi, i controtempi onnipresenti e assoli di chitarra e tastiera intrecciati e ben arrangiati. Una classico (o sarebbe meglio dire neo-classico) brano in pieno stile Symphony X in cui risalta l’ottima interpretazione di Apollo Papathanasio. Segue a ruota la title-track “The Inner Circle of Reality”, brano in cui si possono riconoscere praticamente tutte le influenze della band (dai gia’ succitati Symphony X, ai Dream Theater, passando per i tecnicissimi e veloci assoli di Malmsteen), in cui la personalita’ di ogni elemento si esprime al meglio facendo di questo pezzo, a mio parere, la traccia migliore del disco.
Si prosegue con la splendida “Dreams of tomorrow”, dall’intro ultra melodico da ballad, dove le linee vocali di Papathanasio, addolcite per l’occorrenza, la fanno da padrona e dove la ricercatezza sopraffina di riff e arrangiamenti iniziano gia’ a lasciare lo spazio a delle melodie piu’ immediate e scorrevoli. Tanto per non far abituare l’orecchio alle cose semplici, arriva “Attar of roses”, brano veloce e possente dove le tastiere, con i loro virtuosismi, dominano la scena.
Con “Definiton of insanity” e “Hidden memories” (rispettivamente la quinta e la settima traccia dell’album) i Time Requiem strizzano l’occhio ai fan del prog stile Dream Theater, proponendo due pezzi con una componente melodica molto immediata, quasi a voler comporre due vere e proprie hit dell’album. “Quest of a million souls” puo’ essere invece considerata la ballad di questo lavoro che, insieme alla strumentale nonche’ traccia conclusiva, “Bach prelude variations” (J.S. Bach) da una sferzata di richiami classici peraltro presenti un po’ in tutto il disco.

In definitiva, i Time Requiem dimostrano indubbiamente delle ottime capacite’ tecniche e compositive, nonche’ una buona dose di interpretazione e personalita’ e, pur non essendo questo il disco della consacrazione, direi che hanno tutte le carte in regola per sfondare definitivamente con la loro prossima uscita.

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