I Thunderstorm sono una delle più intense ed espressive band di doom che abbia mai ascoltato. Raramente un genere così criptico, essenziale e asfittico è riuscito ad essere anche così emozionale: merito di tre musicisti del bergamasco, capeggiati dal chitarrista/vocalist Fabio “Thunder” Bellan, che hanno deciso di raccontare sé stessi tra i microsolchi di un disco ottico.
Se devo essere sincero non ho mai nutrito particolari speranze dei confronti dei Thunderstorm: il loro album di debutto (“Sad Symphony”), pur godendo di una produzione ed un’esecuzione assolutamente professionali, mi è sempre parso eccessivamente monocorde, sfiancante, a tratti indecifrabile; i passi giganteschi che il terzetto ha compiuto in termini di scrittura e approccio alla materia mi hanno lasciato conseguentemente esterrefatto.
I Thunderstorm di oggi non sono soltanto un gruppo che propone una formula rodata da decenni di plagio nei confronti di Tony Iommi: sono forti di una personalità ed un colore (per quanto cupo e mefistofelico) inconfondibile.
Il loro suono è classicissimo (riff terrosi e catacombali, ritmica asettica e marziale, un cantato che è drammatico e declamatorio) ma gli umori che trasmettono sono un ponte ideale tra la malignità sulfurea dei primordi del doom ed il romanticismo decadente che emanano i grigiori e i cieli plumbei delle metropoli soffocate dal progresso.
Compaiono perciò le atmosfere blasfeme degli Angelwitch, dei primi Candlemass e Pentagram, ma anche la malinconia e il truce esistenzialismo dei My Dying Bride o degli Anathema degli esordi. Come dire: il meglio dei due mondi.

Immergersi in “Witchunter Tales” è come entrare nel quadro infernale riadattato alla copertina del disco: streghe, incantesimi, morte, depravazione, follia. Nient’altro che rappresentazioni del terrore e dei vuoti d’anima che tutti noi avvertiamo nel cammino verso la purificazione.
“Reality” è un grido di dolore a dir poco desolante, che atterrisce con scariche elettriche claustrofobiche; la title track, secondo pezzo in scaletta, parte sinistramente con un rintocco di campane e un riff potentissimo: poi i colpi devastanti di Christian Fiorani (batteria) scatenano il pandemonio, fino a condurci ad un ritornello che è melodia di tristezza infinita.
“Parallel Universe” è una cavalcata di otto minuti e mezzo degna dei migliori Trouble, recitata superbamente da Fabio “Thunder” Bellan, che si chiude con l’intermezzo strumentale “Edge of Insanity”, esercizio chitarristico sorprendente preso a piene mani da “Master of Reality”.
“Inside Me”, “Unchanging Words” e “Star Secret” sono piccoli gioielli di doom epico dal tiro micidiale e liriche da brividi.
“Glory & Sadness” è il pezzo più intenso che i Thunderstorm abbiano mai scritto: un arpeggio inquietante, un testo profondamente introspettivo e disarmante, un crescendo di potenza che testimonia grande preparazione tecnica.
Chiude l’affresco sonoro n tributo ai maestri Black Sabbath : “Electric Funeral” viene coverizzata in maniera pressoché perfetta.

Un caleidoscopio di emozioni, un viaggio all’inferno per uccidere i propri demoni, dal quale si esce frastornati ma rinvigoriti nello spirito.
I Thundestorm hanno dato vita ad un capolavoro del doom e del metal tutto.
Complimenti a loro e a chi ha creduto in loro.
Complimenti anche al produttore, Luigi Stefanini, che ha infuso un’aurea luciferina a tutto il suono e si è dimostra capacissimo di lavorare anche in lidi lontani dal solito power e prog che viene costantemente sfornato dagli ormai noti “New Sin Studios”…

Vincenzo “Third Eye” Vaccarella

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