“Still at Arms Length” e’ il secondo album dei The Provenance, peculiare band la cui musica e’ definita sulle note allegate al promo come “Avant gothic”. Non so se essere d’accordo o meno con tale definizione, di fatto la musica della band non ha nulla dell’elettronica e delle sperimentazioni che tanto spesso popolano l’avantgarde, tuttavia e’ anche vero che gli 8 brani qui contenuti sono lontani dai classici pezzi gothic e alla loro maniera sono abbastanza sperimentali (e forse in questo senso la definizione data puo’ anche andare bene).
Tanto per cercare di chiarire meglio, il sound che pregna questo album e’ un gothic con pesanti influenze doom, death e prog, inoltre, come se cio’ non bastasse, ci sono anche parecchi flauti ed atmosfere esotiche miste a richiami alla musica settantiana (rivista in chiave simile a quella di certi The Gathering)… Personalmente la prima cosa che ho pensato quando ho inserito il cd nel lettore e’ stato che i The Provenance mi sembravano qualcosa di simile a quello che suonerebbero gli Opeth se fossero meno death e piu’ gothic!! Ci si chiedera’ ora se questa ricca miscela sia riuscita, e dico subito che purtroppo il tutto non e’ ben amalgamato.
I brani che compongono questo lavoro sono infatti interessanti, tuttavia il disco va assimilato con molti ascolti e non convince del tutto neanche dopo il periodo iniziale di adattamente (e in questo non aiutano certamente le due caratteristiche principali delle composizioni: la lunga durata e la mutevolezza).
Parlando di qualche brano in particolare non si puo’ fare a meno di citare “Carousel of descent”, che alterna atmosfere orientali, flauti esotici e parti intimiste ottimamente interpretate dalla voce femminile (che in certi passaggi ricorda l’Anneke degli ultimi dischi dei The Gathering, quella meno angelica) a parti piu’ tirate, ma non furiose, interpretate dalla voce maschile.
La vera gemma dell’album e’ pero’ “Tearful, bitter, broken”, pezzo caratterizzato in maniera molto efficace dalla cantante, che riesce ad imprimere al brano un’atmosfera molto “inquieta” (attenzione, ho scritto inquieta e non inquietante!!) che non viene rovinata dalla voce maschile, come invece accade in altre canzoni. Ecco, se c’e’ un appunto da fare ai The Provenance e’ proprio questo: la voce maschile non mi convince! Mentre infatti la ragazza e’ davvero brava, e non segue i soliti canoni della voce “celestiale” di cui ormai si tende ad abusare, quella maschile, pur essendo decente nel cantato pulito, risulta un po’ troppo disturbante quando modula la voce in maniera “sporca” (e purtroppo lo fa spesso). Un esempio di questo e’ “World of hurt”, brano che si apre con un bellissimo attacco molto atmosferico di basso e chitarre, che pero’ poi perde molto del suo fascino quando fa la sua comparsa la voce del cantante (che tra l’altro qua tenta anche di emulare, con scarso successo, Darren White).
Tornando ai pezzi piu’ riusciti voglio citare anche il conclusivo “At arms length”, dove i flauti sposano molto bene le chitarre mentre il basso “vena” le ritmiche, tra l’altro questo brano mi ricorda nelle sue parti piu’ rilassate (perche’ anche qui ogni tanto irrompe la voce maschile a portare un po’ di tempesta) i Pain Of Salvation di “One hour by the concrete lake”!

Insomma, avrete ormai capito quanto questo disco sia ambivalente: e’ interessante, ma presenta anche delle pecche notevoli. A tutto cio’ si aggiunge anche la spiccata “umoralita’” del lavoro (basti pensare alla strumentale “The ardbarg experience”, che puo’ risultare piacevole o estremamente noiosa a seconda dello stato d’animo in cui ci si trova) che rende il tutto ancora piu’ difficile da giudicare… Sostanzialmente comunque ho l’impressione che questo sia uno di quei dischi in grado di dividere le opinioni, a qualcuno piacera’ parecchio e qualcun altro lo detestera’, ed e’ in quest’ottica che ho assegnato il voto numerico esposto sopra. Voglio pero’ aggiungere che se quanto avete letto finora vi ha incuriosito, allora non e’ una cattiva idea quella di provare il disco, tuttavia un ascolto prima dell’acquisto e’ caldamente consigliato.

Sauro Bartolucci

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