Considero da sempre Reb Beach uno dei migliori (e meno considerati) chitarristi in circolazione, tant’è che il suo ingresso nei Dokken al posto di uno dei miei intoccabili aveva in qualche modo addolcito la pillola di quella separazione e consegnato a noi un album più che dignitoso (parlo di “Erase The Slate” e delle beghe tra Don Dokken e George Lynch per i distratti).

Dopo il buon episodio solista del 2002 e la sua partecipazione al carrozzone itinerante del serpente bianco Beach ha deciso finalmente di concetrare forze e idee per dare un seguito alla discografia a suo nome. In compagnia dell’amico e compagno di molte avventure Kip Winger (che oltre a suonare il basso ha anche prodotto egregiamente il lavoro) e del tastierista Timothy Drury (Eagles), conosciuto nella sua militanza nei Whitesnake, Reb ha completato così l’organico con Doug Pinnick, voce ed anima pulsante dei King’s X (qui però solo in veste di cantante), lasciando che Winger desse spazio dietro le pelli, e alla voce in “The Magic”, a quel mostro sacro (per me) che va a nome di Keally Keagy (Night Ranger).

Difficile resistere all’effetto calamita di queste lineup, così come impossibile successivamente non esprimere quasi sempre una certa insoddisfazione. Fortunatamente però in questo caso, lo avrete capito anche dal voto, siamo difronte ad una delle rare eccezioni. Reb e soci sono infatti riusciti a mettere in piedi un disco variegato andando si a prendere a piene mani dal passato e dal classico ma ridipingendolo con le tinte di oggi ed impreziosendolo di parecchie caratteristiche intriganti. Gli undici brani che costituiscono questo lavoro, sempre convincenti, ben bilanciati tra armonia e ritmo, pulizia e impatto, nonostante un’unicità di fondo colpiscono soprattutto per la loro varietà: si va infatti dall’iniziale “One Track Mind”, un hard rock classico ed estremamente incisivo, alla vagamente grunge “Wait”, alle ballad “The Magic” e “I Want To Live Forever”, alle venature funky della bellissima “Never Get Enough” (con un incredibile assolo che inizia a metà brano e non vuole più terminare), all’esaltazione chitarristica di “Spaghetti Western” e “Guitar Solo” (ma Beach è davvero entusiasmante ovunque).

Questo alternarsi, che inizialmente può pure spiazzare l’ascoltatore e che forse non incontrerà le simpatie dei più ortodossi, insieme alla unica timbrica di Pinnick che contribuisce non poco alla particolarità del disco, si rivela alla lunga la mossa vincente ed insieme alla riuscita coabitazione di fisicità, armonia, melodia e tecnica ci dona un disco riuscitissimo, che si candida come una delle uscite meno scontate e quindi più interessanti e piacevoli di questo fine anno. Altamente consigliato.

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