I The Flower Kings sono veramente una di quelle band che non si danno neanche un minuto di pace al giorno: eterni stakanovisti, irrimediabilmente attivi ed appassionati per quello che fanno, hanno la bellezza di venti releases all’attivo pubblicate in dodici anni di gloriosa carriera.
Divenuti autentiche icone del panorama progressive europeo (ed d’oltre oceano), con il passare degli anni grazie a continue conferme ed apprezzamenti da parte di stampa e fans, si sono affermati come una delle cinque bands prog rock più importanti d’europa -se non la più importante- (e probabilmente potremmo ampliare il raggio oltre il nostro continente).
Quale sia il vero segreto dei Re Del Fiore non è facile da capire, potrebbe essere la freschezza delle composizioni (data probabilmente da una line-up ricchissima e preparatissima), oppure i testi originali e ricchi di spunti (che ispirano centinaia di musicisti in tutto il globo), o magari l’amore e la devozione con cui questi uomini si cimentano in uno dei generi più affascinanti della musica…chi lo sa, sta di fatto che anche questo “Paradox Hotel” racchiude in sé quel segreto che rende i The Flower Kings un gruppo inimitabile.
Certamente ci troviamo davanti ad un album più melodico e meno prettamente rock se guardiamo indietro alla discografia del combo svedese, ma questo non fa altro che renderlo oltremodo accessibile ad una cerchia di ascoltatori più ampia, in quanto la quantità di potenziali hits dai quali sfornare singoli è alta (sia qualitativamente che quantitativamente).

“Paradox Hotel” è un doppio album, ciò significa che la band ha lavorato decisamente sodo per realizzare cotanto materiale e lo sforzo va obbiettivamente apprezzato in quanto le canzoni presenti sono (a parte giusto un paio) davvero appassionanti; che poi strumentalmente i The Flower Kings siano da sempre apprezzati è risaputo, ma se a questo associamo atmosfere potenzialmente ricordanti i maestri Pink Floyd (es: “Lucy Had a Dream” e “Bavarian Skies”) il risultato non può che essere piacevolmente ammaliante.
“End on a High Note” (traccia che va a chiudere il primo disco) è un bel esempio rock-ish di come la band sia evoluta col tempo e (tra l’altro) di come non serva avere un John Petrucci alla chitarra per tirare fuori dal cilindro espedienti d’impatto ed incalzanti (merito di un Roine Stolt in grandissimo spolvero).

Le performance di alcuni membri della band meriterebbero recensioni specialistiche a parte per essere argomentate al meglio: ci troviamo di fatti davanti alle migliori prove strumentali su disco per Roine Stolt (chitarra, voce), Tomas Bodin (tastiere) e Jonas Reingold (basso).
Lo stile solistico del mastermind Stolt si sa quale sia (blues, il suo personale marchio di fabbrica), ma soprattutto su “Paradox Hotel” tale influenza viene messa meno in rilievo rispetto al passato, ma questo non è una nota negativa (anzi): gli assoli risultano particolarmente bilanciati tra melodia e grinta (come non mai).
Tomas Bodin dimostra di essere nella migliore forma possibile, selezionando per l’occasione una serie di synths particolari e sfoderando evoluzioni pianistiche eccellenti…probabilmente il suo ultimo album solista “I Am” lo ha artisticamente fatto maturare oltremodo.
Ultimo ma non ultimo viene Jonas Reingold…che il basso e la batteria siano la sezione ritmica di un gruppo è vero, ma qui il basso gioca un ruolo tale che giudicarlo solo “ritmico” è un’offesa! La verve jazz del musicista gli pulsa nel sangue e qui la si può sentire a pieno, inserendola magistralmente nel contesto ed ottenendo un risultato fenomenale.

Quest’ultima prova in studio dei The Flower Kings risulta essere l’ennesima conferma di una delle band più importanti del panorama progressivo europeo e mondiale, ben poco hanno da dimostrare e molto hanno da insegnare sia a chi in questo genere vorrebbe cimentarsi, sia a chi in questo genere già ci si cimenta (…e magari anche da anni, chi lo sa…).

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