I The Destiny Program arrivavano a questo ‘Subversive Blueprint’ con la maturità di chi è giunto al quarto full length della propria carriera e la tremarella di chi sa di giocarsi un’importante occasione. L’artwork semplice ma solenne che introduce il nuovo lavoro sembra, guarda caso, ricalcare quelli delle locandine teatrali, quasi a rimarcare “la prima” della band teutonica su Nuclear Blast e, sarà stata l’indecisione, sarà stata la voglia di strafare, i risultati sono lontani da quelli attesi.

I dodici nuovi brani proposti dal quartetto tedesco, infatti, possono apparire deludenti sia per chi (ingenuamente) si aspettava eventuali virate, sia per chi attendeva un vero salto di qualità dalla band in questione. Le ragioni? La formazione tedesca lascia intelligentemente inalterato un background sonoro ormai rodato, ma prova ad indugiare su trovate isolate che non fanno altro che privare i brani di mordente e qualità. In quest’ottica va letto con occhio critico un utilizzo poco parsimonioso delle clean vocals e di interventi al limite del mieloso che, oltre a non riuscire a donare la voluta godibilità ai brani, inficiano su impatto e compattezza globale. A parte queste sgradite novità, il modus operandi della dei The Destiny Program rimane pressochè invariato, puntando sul classico metalcore di polmoni e mestiere di sempre. E’ così che, quando questi buoni musicisti decidono di percorrere la strada battuta, ci si trova al cospetto di pezzi come l’opener o la successiva “Project Hoax” che piacciono e si lasciano ascoltare con piacere. Con l’aiuto di una produzione a dir poco fenomenale (ad opera del trio Bergstrand/Fridèn/Hansen, con Tue Madsen al missaggio) i brani più “classici” e compatti arrivano dritti all’ascoltatore di turno grazie alla praticità di un sound di forte propensione statunitense. Come al solito, infatti, la band mostra di aver ben studiato la lezione dell’HC newyorkese e del metalcore d’oltreoceano con strutture irregolari, chitarre ribassate ed un approccio che preferisce neuroni a velocità. Un quadro ben costruito e registrato, rotto però da quei rari ma pesanti tentativi di piacere a molti, suonando ciò per cui non si è portati e gravando sull’organicità e la credibilità del proprio lavoro. Tanta classe, tanta esperienza e qualche sbilenco tentativo di amalgamarsi col mucchio.

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