Alan Cotton, chitarrista Hard Rock dal tocco Blues nato in Alabama, decide sia giunta l’ora di mettere a frutto l’esperienza accumulata come session man e assistente di produzione ma è solo con la collaborazione del cantante olandese Robert Soeterboek (Ayreon, Star One, Wicked Sensation) che le teorie musicali dei due riescono finalmente ad ottenere la meritata concretizzazione digitale. Siamo infatti nel tardo 2008 e con l’innesto in formazione del drummer Reynold “Butch” Carlson (Driver, Rob Rock), del bassista Mike Davis (Rob Halford Band) e del già noto Joost van den Broek (After Forever, Ayreon) alle tastiere, nasce ufficialmente la Cotton Soeterboek Band, che dopo un EP debutta sul mercato discografico con il primo full length, Twisted.

I nostri si presentano con un lavoro fresco, arioso e ricco di grinta, dando in più momenti l’impressione di avere trovato (o meglio, riscoperto) la soluzione all’Equazione dell’Hard Rock. Di cosa stiamo parlando? Ma è semplice: suono di scuola inglese anni ’70, ritmiche e riff debitori dei migliori Deep Purple, groove e melodia di casa Whitesnake, influenze Blues e una buona dose di Southern in stile Lynyrd Skynyrd. Il tutto reso moderno da un chitarrismo caldo e potente, per un lavoro ben suonato, ben prodotto e dalle rare ma apprezzabili divagazioni in territori AOR, specialmente nei refrain, che lo attualizzano senza snaturarne l’essenzialità e lo spirito originari.

Si parte con l’hit single Set Me Free, una vera e propria dichiarazione d’intenti che apre per le successive Pretty Maureen e Twisted (dal sicuro appeal radiofonico), le quali si avvalgono di registri vocali più bassi e atmosfere da luce fioca e da tramonto, con un Soeterboek dall’inflessione claptoniana che si fa notare particolarmente per la bellezza delle armonizzazioni vocali presenti nei chorus. Già da subito si avverte l’abilità compositiva “essenziale” e l’amalgama artistico raggiunto dal duo Cotton-Soeterboek che dimostra (pur senza raggiungerne i picchi) di appropriarsi con versatilità e semplicità di un sound già collaudato molti anni fa dai mostri sacri del genere. Ma non è finita qui. Lungo il percorso troviamo ad accoglierci l’umida, bucolica ed ammiccante Colorado, che ricorda qualcosa dei Riot più recenti, e poi Leave Me Blue, ballad fumosa, rurale ed assolutamente bluesy nel suo incedere, dove aleggia fiero lo spettro del più evocativo Coverdale. I ritmi si fanno più incalzanti e decisi con le successive Little Sister e Gold And Gray, inni Soul-Southern-Blues da viaggio in auto scappottata, profumo d’erba bagnata e vento nei capelli, mentre Still Of The Night (così come la conclusiva The Game) è un pezzo spaventosamente groovy, costruito su di un pianoforte a tasti Blues e sostenuto da un onnipresente Hammond, che ne invecchia l’anima quel tanto che basta. Insomma un disco le cui atmosfere richiamano la verdeggiante cover, dove enormi chitarre elettriche spuntano rigogliose dal terreno a dimostrazione dello stretto ed imprescindibile legame tra paesaggio, ispirazione ed arte fatta musica.

Quindi niente tecnica “artificiale”, passaggi intricati o super-produzione, ma solo del buono e sano Hard’n’Blues in pieno stile Seventies. Il minutaggio contenuto innalza notevolmente la longevità di un lavoro da cui emerge in modo chiaro e netto la voglia di riproporre sonorità del passato senza strafare, senza la pretesa di voler insegnare nulla e senza voler trovare a tutti i costi un’originalità forse impossibile e fuori luogo. Un tributo ad un periodo memorabile. Grazie.

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