Refugium Peccatorum risorge, come una sorta di fenice maligna nel 2012, dalle ceneri dei primi anni 90, arricchito da tre bonus track (le ultime tre dell’album , tra cui spicca la rielaborazione Hallow’s Victim dei St. Vitus), che non fanno altro che dichiarare e confermare la capacità artistico-musicale così convincente dei The Black, decretandoli come veri e propri detentori di un heavy/doom ed anche in parte di un occult prog esemplari. L’album si apre sul nostro mondo di oggi e si riflette a distanza di anni, con sonorità evocative di quel passato depressive/occult metal , che un tempo padroneggiava nell’animo di tanti “adepti” e che oggi, grazie alla rimessa in scena di dischi come questo, le “matricole” o i “non adepti” potranno conoscere, per ampliare i propri orizzonti e ricercare così, attraverso questo passato ristampato ed aggiornato, le grezze ma genuine meraviglie che si realizzavano un tempo.
Refugium Peccatorum, dunque, diviene non solo uno scrigno prezioso per i nostalgici di certe atmosfere solenni e funeree, intervallate da cavalcate heavy classico e da un occult NWOBHM tipico di quel periodo.

Di Donato è il padre dei The Black e quindi padre anche di questo album, che a parer mio, è assai riuscito dal punto di vista art work (rappresentazioni pittoriche dello Stesso Di Donato nel biennio del 90/91 che riportano nella front cover un particolare de “le Scale del Diavolo”) e dal punto di vista strumentale, compositivo e tecnico (eccellente abilità chitarristica di Di Donato che riesce a suonare la sua chitarra come una sorta di elegante arpa, ma assai contorta ed oscura ), non vede uno sviluppo così eccelso nelle qualità vocali del buon Di Donato, che pur essendo un artista a 360 gradi lascia un po’ a desiderare la sua arte canterina … Buonissima e valida invece la Parte cantata da Metus Mucci dove la profondità e potenza si mischia ad una solennità delle più funeree, risollevando così le parti vocali . La prima track, omonima dell’album, è una apertura Gobliniana che prosegue attraverso gli altri pezzi in un viaggio dell’anima decadente e satanico, caratterizzato da quella tipica aurea grezza che ritrovavamo nei nostri Death SS, nei St. Vitus, piuttosto che in gruppi come Holocaust o Angel Witch ed in parte anche ai Black Sabbath; da perimetri a questa scenografia ” pentacolare” alternata da occult NWOBHM e da linee più dark prog, troviamo tastiere che ci richiamano molto di più ad una linea prog e suoni di tragici rintocchi di campana a morto, temporali, cori e effetti sonori che non possono far altro che venire in mente i più spettrali film horror italiani anni 70. Grandiosi gli incastri keybords di “Orate Frates” e “Aratrus”, composti da Jan Di Bernardi, che grazie alle caratteristiche sonore da atmosfera clericale e funerea, creano una sorta di alchimia terrificante rilegando gli altri pezzi , per trasportarci in una scenografia esoterica e claustrofobica.

La Black Widow, come sempre, dimostra una conoscenza titanica per quanto riguarda il riconoscimento, la ristampa, la promozione e la divulgazione di notevoli album, come appunto questo.

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