Con “Witchcraft” i tedeschi Stormwitch tornano a far parlare di sé dopo l’ottimo “Dance with the witches” che segnava nel 2002 il ritorno della band sulle scene metal di tutto il mondo con un nuovo album. Come ormai tutti noi sappiamo la band fu sciolta nel lontano 1994 e soltanto alcuni anni dopo, per volere di Andy Muck, storico frontman della band, gli Stormwitch risorgono dalle loro ceneri con una formazione completamente stravolta rispetto al passato e che vede lo stesso Muck come unico e solo former member.
Purtroppo questi nuovi Stormwitch (nonostante siano tutti personaggi con un notevole background musicale) non possono essere paragonati alle vecchie glorie di questa gran band così come i brani che compongono “Witchcraft”, nonostante siano interessanti e piuttosto convincenti, non possono essere paragonati alle grandi perle che furono composte durante gli anni d’oro della formazione crucca.
“Witchcraft” è costituito da brani validissimi come l’opener “The sinister child” che si snoda attraverso un mid tempo convincente ed è impreziosita da un riff di chitarra terribilmente orecchiabile e maledettamente coinvolgente; a seguire “At the break of this day” che nonostante abbia una strofa bruttina, nella quale gli Stormwitch cercano di proporre melodie e scelte musicali ricercate, esplode poi nel più classico dei ritornelli che risolleva un po’ le sue sorti.
Con “Fallen from god” il combo tedesco compone forse una delle canzoni più brutte della sua storia ma che per qualche strano motivo il chorus (che sembra uscire da una canzone natalizia) si mette in testa e non se ne va più via; da brivido il finale in cui un gruppo di voci bianche ripropone il ritornello per chiudere con gran drammaticità questa song. Si riparte in maniera scoppiettante con “Frankenstein’s brother” canzone molto rockeggiante, assieme a “The kiss of death (ma quanti gruppi hanno all’attivo una canzone con un titolo simile??) che trova in una strofa acustica e nell’esplosivo ritornello il suo punto di maggiore forza. Uno degli episodi più riusciti all’interno del disco con la cadenzata e aggressiva title track è anche l’anthemica “Moonfleet” mentre risulta interessante l’esperimento che gli Stormwitch fanno con “Puppet in a play” brano che parte in maniera acustica per poi stravolgere completamente la sua struttura e trasformarsi in una classica power song veloce e diretta che però vede nel cantato di Muck, non particolarmente aggressivo, il suo punto debole.
Non manca il classico lento e “Sleeping Beauty” ci coinvolge in tutta la sua bellezza e vede un Muck piuttosto ispirato dietro al microfono anche se atmosfere natalizie/folkloristiche ritornano ancora una volta durante questa breve canzone. Si ripresentano sonorità power metal, con doppia cassa a manetta e ritmiche serrate, con le successive “Until the war will end”, “Salome” e “The drinking song” mentre termina l’album la tristissima “Blood lies in my hand” brano piuttosto complesso ed articolato e dall’andamento lento e malinconico.

In definitiva ci troviamo di fronte a un discreto album, ben suonato e ben registrato, ma queste nuove streghe non hanno niente a che vedere con quelle del passato e forse questo è proprio il punto debole di questo nuovo “Withcraft”: non essere stato composto da chi ha vissuto gli anni più belli e prolifici degli Stormwitch. Consigliato esclusivamente hai fans più accaniti della band tedesca.

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