Un nuovo disco appena uscito ed un tour massacrante appena iniziato che li ha portati nel giro di poche ore ad essere headliner al Graspop Metal Meeting in Belgio fino al Gods Of Metal torinese nel primo pomeriggio. Tutto questo si ripercuote sui Nostri sotto forma di una stanchezza assurda, facilmente leggibile sul volto dei componenti del gruppo, tranne che su Max Cavalera, rimasto in albergo fino a pochi minuti prima dell’esibizione. Il gran caldo che si è poi abbattuto sull’area del festival durante l’ultimo giorno non ha fatto altro che peggiorare le cose, rendendoci un Joe Nunez, oltre che stanco, piuttosto accaldato e quindi di poche parole. Ma questo non importa perché da questa intervista è emerso un particolare estremamente interessante, una sorta di conferma a quanto già si sospettava da molto tempo a questa parte: i Soulfly sono la band di Max Cavalera. Gli altri musicisti coinvolti nel progetto hanno poca o nessuna voce in capitolo rispetto alle scelte del frontman e questo è evidente in particolare quando vengono a galla dettagli relativi al songwriting. Insomma, anche se breve, questa chiacchierata è stata utile per mettere in chiaro una volta per tutte la vera forma di un gruppo che ormai è in giro da diverso tempo, e scusate se è poco!

Ciao Joe, so che siete nel bel mezzo di un tour de force non indifferente, quindi cercherò di essere rapido, ok?
Ti ringrazio molto, siamo veramente solo di passaggio da queste parti, il tempo di suonare e poi via di nuovo, ma che ci vuoi fare? È la routine del tour…

Bene, iniziamo allora subito a parlare del nuovo disco. Che cosa rappresenta per te e per i Soulfly?
Per quanto riguarda me, si tratta ovviamente di un nuovo album dei Soulfly, ma credo sia anche a suo modo unico. Con questo intendo dire che è diverso da tutto ciò che i Soulfly hanno fatto in passato, c’è molto più groove, nessuna intro o outro, ma un album che va dritto al sodo dall’inizio alla fine. Altro fattore importante è che non è incentrato sulla velocità, ma più sulla ricerca del groove e questo lo rende ancora più unico, come ti dicevo prima.

Come mai avete deciso di intitolarlo “Omen”?
È Max che dà i titoli a tutto. Personalmente non ho mai partecipato ad alcun tipo di processo di creazione o produzione dell’album, a parte per ciò che riguarda la batteria, cioè il mio strumento, ed ogni idea passa comunque per l’approvazione di Max. Lui ha l’ultima parola su tutto.

Ascoltando il disco mi è parso di sentire una forte influenza hardcore, ancor più marcata del solito. Che cosa ne pensi?
Penso che tu abbia assolutamente ragione. Come ti ho detto, credo che queste nuove canzoni vadano dritte al sodo, senza troppi giri di contorno e con un’attitudine più in-your-face rispetto al passato, quindi l’hardcore ha rappresentato una buona fetta delle influenze chiamate in causa stavolta, insieme alla scuola thrash degli anni ’80.

Questo è il settimo lavoro a firma Soulfly. Cosa puoi dirmi riguardo all’evoluzione del sound della band durante gli anni?
Quello che posso dirti è che la direzione musicale dipende totalmente da dove Max vuole andare. Io, Bobby (Burns, bassista che ha lasciato la band poco dopo lo svolgersi di questa intervista, nda) e Mark (Rizzo, chitarrista, nda) evolviamo continuamente come musicisti, non siamo gente che ascolta la stessa musica di quando aveva 14 anni, e quindi portiamo la nostra esperienza all’interno della musica dei Soulfly. Quello che cerchiamo di fare è inserire nella proposta della band un po’ di noi stessi, di ciò che ci piace suonare, pur convergendo con le idee di Max.

La tradizione della canzone intitolata semplicemente “Soulfly” continua album dopo album. Come credi sia iniziato tutto?
Penso che Max volesse avere fin dall’inizio della carriera del gruppo una canzone strumentale per ogni disco, qualcosa di diverso dall’umore del lavoro e di particolare.

Ed invece a proposito delle collaborazioni come ospiti di Greg Pulciato (cantante dei The Dillinger Escape Plan, nda) e di Tommy Victor (chitarrista/cantante dei Prong e chitarrista dei Danzig e dei Ministry, nda)?
È stata una bella sorpresa sapere che questi due ragazzi avrebbero preso parte al disco e sono felice di constatare che abbiano svolto un ottimo lavoro. Ovviamente si è trattato di una decisione di Max e posso dire che anche stavolta ha operato un’ottima scelta, mi fido ciecamente del suo giudizio.

Che dosa mi puoi dire della performance di Zyon, il figlio di Max, sulla cover di “Refuse/Resist”, inclusa nell’edizione limitata del disco?
È stato molto bello vedere Zyon cimentarsi con un brano del genere e sapere che ha solo 18 anni e riesce a fare già una canzone come “Refuse/Resist” è pazzesco. Far suonare al proprio figlio una canzone scritta praticamente quando lui è nato è stupendo, anche perché suo zio (Igor Cavalera, batterista storico dei Sepultura ed ora impegnato nuovamente insieme a Max nei Cavalera Conspiracy, nda) gli ha insegnato splendidamente. È il futuro che comincia a venir fuori, d’altronde.

Parlando un attimo delle tue terre d’origine, so che in Sud America i fan sono veramente scatenati. Come te lo spieghi?
Adoro letteralmente suonare da quelle parti perché c’è una connessione immediata tra noi ed il pubblico, siamo a casa. Comunque hai ragione, i fan sudamericani sono veramente fuori di testa, vanno matti per i concerti e questo è decisamente un bene.

Come ultima domanda ti chiedo se segui i Mondiali di calcio che si stanno svolgendo in Sud Africa in questi giorni (l’intervista si è svolta durante l’ultima giornata del Gods Of Metal 2010, nda).
In realtà non più di tanto, non mi interesso di sport, ma so che Max e gli altri ne sono abbastanza appassionati. Quello che c’è di positivo in manifestazioni di questo genere è che lo sport è in grado di unire tanta gente proveniente da Paesi e culture molto diversi, per seguire un evento in maniera pacifica, senza che le differenze debbano per forza portare a dei conflitti. Questo trovo che sia un aspetto importante di manifestazioni come quella dei Mondiali o delle Olimpiadi e credo sia la cosa migliore di tutte.

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