I Soul SirkUS nascono dalle ceneri dei Planet US band formata da Neal Schon e Deen Castronovo con la partecipazione speciale di Sammy Hagar e Micheal Anthony. In seguito alla decisione di questi ultimi due personaggi di tornare a far parte dei Van Halen i loro posti sono occupati da Jeff Scott Soto (Talisman, Malmsteen, Axel Rudi Pell), e Marco Mendoza (Whitesnake e Thin Lizzy) mentre l’australiano Virgil Donati sostituisce Castronovo dietro le pelli. Con una formazione completamente rivoluzionata, inizia quindi l’avventura Soul SirkUS e in breve tempo Jeff e Neal scrivono gli undici brani che compongono “World Play”.
Considerato il background musicale di questi due artisti è d’obbligo aspettarsi un gran disco di hard rock melodico, e così è. I brani registrati su “World play” miscelano sapientemente sonorità molto vicine ai Journey con l’hard rock melodico e roccioso del Jeff Scott Soto più moderno. Fondamentalmente sono proprio questi due artisti a rendere questo debut davvero interessante: Soto canta in maniera esplosiva, dando ai pezzi una carica aggressiva come solo pochi cantanti sanno fare mentre i riff creati da Schon così come i suoi soli sono di una bellezza straordinaria tanto che ogni brano può essere considerato come una piccola perla che brilla di luce propria. Il cd si apre subito alla grande con l’accoppiata “Highest Ground” e “New position”: la prima si sviluppa attraverso un riff cadenzato per poi sfociare in un ritornello orecchiabile e molto melodico mentre la seconda è una velocissima killer song che vede Soto salire in cattedra e iniziare a dettare legge, autore, come al solito, di una prova vocale incredibile.
Un riff di chiara matrice orientale ci afferra per mano e ci accompagna attraverso le note della successiva “Another world” (impreziosita tra l’altro da un’incredibile solo di Schon) che ruota intorno ad un riff di chitarra molto lento che ben rispecchia le atmosfere musicali cui si ispira la canzone. “Soul goes on” è l’unica vera ballad presente in “world play” e vede per l’ennesima volta Soto protagonista indiscusso del brano assieme alle tastiere, mentre Schon, dal canto suo, si preoccupa di riempire il pezzo con un continuo susseguirsi di brevi soli che ben si fondano con l’atmosfera magica creata dalle line vocali e dalle note di tastiera. “Peephole” è forse il brano più sperimentale di questo debut e a mio parere non riesce a competere con le restanti hits presenti all’interno del disco. Con un riff di chiara matrice Whitesnake prende il via “Periled divide” per trasformarsi in una cadenzata semi-ballad; dopo questa serie di brani molto introspettivi che richiedono in ogni modo diversi ascolti per essere assimilati, si riparte di nuovo a mille per terminare con i botti questo disco ed esplode “Praise” seguita da “Friends 2 lovers” e “My sanctuary” che potrebbero tranquillamente essere inserite all’interno della nuova fatica di Jeff ovvero “Lost in the translation” mentre si torna a sonorità care ai Journey con le successive “Coming Home” e la delicata e lenta “Close the doors” cui spetta il compito di concludere questo grande album.

Se vi siete emozionati con gli album di Soto, con i Journey e con i Whitesnake allora non rinunciate a “World play” perché sarebbe un delitto. In questo album c’è tutto quello che un amante dell’hard rock melodico può desiderare. Personalmente attendevo da molto tempo questo cd e le mie aspettative non sono state deluse, assolutamente da avere!

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