Strana storia quella dei Soilwork; acclamata nella seconda metà dei novanta come una delle band di melodic death più promettenti grazie a lavori come “Steelbath Suicide” e “Predator’s Portrait”, la band di Björn “Speed” Strid si è gradualmente persa per strada a seguito di scelte stilistiche discutibili e a dischi che si sono rivelati autentici pomi della discordia quali “Figure Number Five” e “Stabbing The Drama”.
Quella dei Soilwork è la storia di una band incompiuta, iniziata con i migliori propositi e arenatasi in un limbo di promesse non mantenute da cui sembra difficile uscire; ad ogni nuova uscita la band pare sempre sul punto di fare il grande salto ma puntualmente fa cilecca. Se a questo aggiungiamo problemi di management e una formazione non troppo stabile il quadro generale risulta ben delineato.
Adesso i cinque svedesi ci riprovano richiamando all’ovile il chitarrista, produttore e fondatore della band Peter Wichers. Qualcosa effettivamente sembra muoversi: non che il sound sia stato stravolto, intendiamoci. Una volta intrapresa la strada del metalcore sembra proprio che la band non abbia intenzione di tornare sui suoi passi. La formula è dunque la stessa, nei suoi canoni più conosciuti (strofa aggressiva/ritornello melodico) ma come era lecito attendersi il disco ha un’impronta un po’ più varia rispetto al passato. Partiture vagamente progressive che fanno capolino qua e là, sofisticati arrangiamenti acustici ( vedi “Let This River Flow”) e di tastiere (“Nights Come Clean”), vocals più ricercate rispetto alle solite soluzioni ad effetto. Persino i tempi sono più ragionati, rallentati. “Speed” sul suo blog preannunciava un sound più vario e una volta tanto non si è trattato della solita sparata messa giù ad arte per vendere qualche copia. Non è neppure un caso che sia stata scelta la variopinta “Vengeance Is Mine” come primo singolo, forse il brano più carismatico di tutto il lotto assieme alla massiccia opener.
E’ evidente che in questi tre anni la band non è stata con le mani in mano ma ha lavorato sodo su arrangiamenti e melodie, sfruttando ancora una volta un tasso tecnico elevatissimo e un lotto di brani ben strutturati pur nella diversità.
Hanno un gran talento i Soilwork e la loro formula magica ormai la applicano alla perfezione; forse è proprio per questo che ancora una volta la noia fa capolino nonostante i timidi tentativi di innovazione. Tutto è talmente perfetto e studiato che in certi momenti risulta anche prevedibile, anche se nel complesso i difetti cronici del sestetto svedese sembrano essere un po’ smussati. Sarà la volta buona o è ancora l’ennesima occasione sprecata? Difficile dirlo. Di certo il disco richiede molti ascolti e nel lungo periodo questa potrebbe anche essere una garanzia, ma per il momento viene alla mente il commento di un ex “collega” ai tempi di “Stabbing The Drama”: cartellino timbrato anche stavolta.

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