Pubblicato nel 7-10-1986
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Questa volta non si tratta di bello o brutto. Di piace o non piace.
Reign In Blood è incontestabilmente un album che non ha eguali nella storia della musica.
Per la velocità a cui è suonato, la quale si mantiene attorno a una media di 210 battiti al minuto, e arriva ai 250. Per l’eccezionale compattezza dei brani, che si susseguono freneticamente senza interruzione per un totale di appena 29 minuti in cui si comprimono ben dieci canzoni. Per le opinioni della critica che lo ha definito “album più pesante di tutti i tempi” (Kerrang!) e “miglior album metal degli ultimi 20 anni” (Metal Hammer).
Da questa premessa chi di voi crede di conoscere e di amare il Thrash Metal essendo venuto in contatto con gruppi diversi dagli Slayer, non sa di aver mancato in pieno il nucleo solido dello stesso Thrash. Il Thrash metal più denso, più vero, più intensamente e fanaticamente espresso.
Visto che gli Slayer, così come gli altri Thrashers Anthrax, Megadeth, Death Angel e certo, Metallica, arrivano dalle città sismiche Los Angeles e San Francisco, userò questa metafora: gli Slayer sono l’epicentro del terremoto.
Quando si parla comunemente di Slayer si sente spesso pronunciare la parola “troppo”: troppo difficili da ascoltare, troppo cattivi, troppo anticonformisti. Oppure: troppo veloci, troppo coerenti, troppo bravi. E tra tutti, Reign In Blood altri non è che, oserei dire indiscutibilmente, l’album “più” tutto.
Di certo il più veloce. Infatti a proposito del successivo decisamente più cadenzato South of Heaven (1988), è lo stesso Hanneman a commentare che il gruppo per la prima e unica volta nella sua storia dovette arrendersi al fatto che sarebbe stato impossibile cercare di superare Reign In Blood e che quindi cercò una strada diversa, che non fosse paragonabile al capolavoro.
Del resto le recensioni e le citazioni si sprecano su questo album, talmente breve e d’impatto da lasciare sconcertati e da richiedere un elevato numero di ascolti prima di essere compreso a fondo. Si tratta di musica che non lascia spazio a ritornelli o a strutture melodiche, che si avvicina di proposito alla rabbia del punk hardcore, senza però perdere mai in precisione e pulizia esecutiva.
Parlare di singole canzoni ha poco senso in un album come Reign In Blood, che deve essere ascoltato in toto, tuttavia l’apertura con Angel Of Death e la chiusura con Postmortem-Raining Blood (la prima in realtà fluisce nella seconda, tanto che nella riedizione del disco c’è un errore, e il lettore segna Raining Blood prima che sia terminata Postmortem) sono i momenti indubbiamente più significativi.
Angel Of Death, assai criticata come prova di una supposta simpatia filonazista da parte degli Slayer, in realtà si riferisce agli esperimenti sui prigionieri di Auschwitz da parte del tristemente noto Dr Mengele, con un Tom Araya che urla “Macellaio infame, angelo della morte” (soprannome attribuitogli dagli stessi prigionieri). Pertanto non pare gli vengano rivolti dei complimenti. Al di là del contenuto, la canzone si distingue perché conserva una lunghezza più tipica (4:51) rispetto alle altre brevissime tracce, e ritiene una reminiscenza di verso/ritornello con accenni di melodia, cosa che viene completamente evitata nelle tracce successive, le quali assomigliano più ad istantanee, accecanti comete che a veri e propri brani musicali.
Postmortem e Raining Blood, anch’esse più lunghe rispetto alle altre, creano decisamente atmosfera, tanto che all’inizio di Raining Blood si avverte chiaramente il suono della pioggia e quando venne suonata dal vivo nel 2004 per il DVD Still Reigning, gli Slayer decisero di creare una pioggia di sangue finto nel finale della performance.
Da Piece By Piece a Raining Blood, i testi di questo album apparentemente deviati, lugubri, sanguinolenti, in realtà denotano grandi capacità espressive, ricchi di metafore e stratificazioni di significati da intuire e leggere tra le righe. Testi ermetici, concentrati come la musica. Mai frasi chiare o dichiarazioni dirette, bensì versi che si prestano a molte letture e interpretazioni anche personali. Si parla di malattie mentali e serial killer, di vita dopo la morte, di religione e antireligione, argomento quest’ultimo che viene sviscerato infinitamente, sempre con forti critiche e polemica.
Testi che inducono a porsi delle domande, oppure a essere presi per semplice perversione, cattiveria oppure scenografia. Invece questa lettura sarebbe limitante e non porterebbe a capire a fondo chi sono gli Slayer. Una band che a differenza di molte altre non ha mai cercato la fama mediatica (per quanto i detrattori potrebbero sostenere che l’abbiano ottenuta proprio attraverso il loro atteggiamento provocante), che non ha mai ceduto a compromessi musicali e ha continuato per la sua strada, credendo nel Thrash estremo, un Thrash che da 27 anni ormai le chitarre di Hanneman e King, infuriate e selvagge come il loro portavoce Araya, continuano a far trionfare.
Slayer still reigns.

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