In una fase in cui lo scintillio delle produzioni riesce talvolta a mascherare la validità delle proposte ed in cui sempre meno artisti hanno qualcosa di nuovo da dire, o semplicemente, da aggiungere e suggerire, Mat Sinner e soci si trovano a pubblicare “There Will Be Execution”, dodicesimo capitolo della loro avventura ed ennesima realizzazione che ingrassa il numero di quei dischi cui accennavo all’inizio.
Chi ascolta prevalentemente Power Metal ma non disdegna nemmeno rapide incursioni nel genere da cui questo discende (magari perchè motivato da qualche musicista o gruppo che furbescamente riesce a mantenere un piede in entrambi) e chi ha cominciato ad ascoltare Heavy Metal da poco e crede che questa musica sia essenzialmente quella degli HammerFall o dei Primal Fear, tanto per fare due nomi noti, avrà certamente pane per i propri denti, apprezzerà il disco e griderà allo scandalo leggendo questa mie parole. Insomma, per farla breve, quest’album potrebbe incontrare i vostri gusti dal momento che non si può certo definirlo brutto… non nel senso letterale del termine almeno.

Come nei precedenti lavori, e come in gran parte delle realizzazioni provenienti dalla terra dei mangiacrauti, il connubio di melodia e dinamismo è l’assoluto protagonista di questo lavoro ed i Sinner ci propinano ancora una volta l’Heavy Metal tipico dei loro ultimi dischi, dal suono roccioso, quadrato, grezzo, fatto di corposi riff di chitarra di priestiana memoria, che talvolta, come accennavo, sconfina nel power e che piace tanto agli amanti delle sonorità anni 80.
Sempre graffiante la voce del peccatore Mat e davvero convincente la prova della coppia d’asce Henny Wolter – Tom Naumann, tanto nei brani più sostenuti e pompati, come “Requiem For A Sinner”, “Finalizer” o la title track, quanto in quelli più cadenzati, come “Die On Command”, “Locked & Loaded” o “The River”, ma davvero troppo poco per cancellare quella sensazione di mancanza di consistenza, di contenuti e di profondità che ti assale ancor prima della conclusione del disco.
L’impressione finale è dunque di trovarci di fronte ad un album dal punto di vista compositivo poco ispirato ed a tratti a malapena sufficiente, i cui brani, vuoi per la loro struttura vuoi per la nota grinta della band, acquisteranno sicuramente maggiore valore in sede “live”, ma che durante l’esecuzione del disco scivolano via stancamente senza lasciarti nè soddisfatto dell’ascolto nè desideroso di ripeterlo in tempi brevi.
Peccato, perchè il terzetto di brani iniziale, la conoscenza dei vecchi lavori del gruppo, le indubbie capacità tecniche e l’ottima qualità della registrazione avevano fatto sperare in qualcosa di ben più valido ed apprezzabile, che potesse inaugurare questo 2003 in maniera più clamorosa e
convincente.

Vincenzo Buccafusca

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