Tornano i Sinner e lo fanno in maniera piuttosto buona con un nuovo album che suona più melodico del precedente “There will be execution” e che mostra, ancora una volta, una band in forma splendida. Tra le tante sorprese che investono questo nuovo “Mask of sanity” troviamo innanzitutto alcuni cambiamenti di line up e, infatti, al posto del dimissionario Friz Randow alla batteria c’è ora Klaus Sperling (anche lui in passato con i Primal Fear) mentre in sostituzione di Henny troviamo alla seconda chitarra l’ex Tracelords Christof Leim. Come ciliegina sulla torta, i Sinner si circondano di tre artisti eccezionali che faranno la loro comparsa durante il corso dell’album: Ralf Scheepers (Primal Fear), Andy B. Franck (Brainstorm, Symphorce) e Martin Griim (Mystic Prophecy).

Nonostante la presenza d’alcuni episodi piuttosto incolore tra i quali spicca “Thunder Roar” che sebbene abbia una certa freschezza, grazie ad una struttura portante di chiara matrice Accept, porta all’esasperazione la pazienza dell’ascoltatore ripetendo un numero incredibile di volte il suo ritornello nel finale, ci sono brani parecchio interessanti che sebbene non facciano gridare al miracolo si lasciano ascoltare senza troppi problemi. L’album scorre via in maniera piuttosto buona e ogni canzone mantiene il giusto equilibrio tra melodia, velocità e potenza anche se in parecchie occasioni, si riesce, sin dal primo ascolto a percepire quale sarà l’evoluzione musicale di ogni singolo pezzo.

Tra i brani presenti spiccano l’opener “The other side”, dal tiro parecchio hard rock oriented, scorre via a metà tra i Sinner di “Judgement Day” e di “The end of sanctuary” e la successiva “Diary of evil” che subito “setta” il livello dell’album che si manterrà su standard piuttosto buoni per tutta la sua durata. Tom Naumann si svela ancora una volta in forma splendida sfornando solos e riff di chitarra di gran classe come accade nelle seguenti “Badlands” e “Black” debitrici, ancora una volta, di chorus accattivanti e che riescono a mantenere alta la curiosità dell’ascoltatore. “The sign” risulta essere il miglior brano dell’intero album, riportando alla mente platter storici come “Comin’ Out Fighting” e “Bottom Line” mentre il finale è tutto in crescendo con “No return” brano dal sapore tipicamente ottantiano e con “Last man standing” che ricorda in più di un’occasione i Primal Fear. Come bonus track troviamo infine la cover dei Thin Lizzy “Baby Please Don’t Go” riarrangiata per l’occasione in maniera piuttosto personale.

Tanta melodia, chitarre ruvide e una voce, quella di Mat, assolutamente graffiante e splendida che si concede in ottimi ritornelli che subito si piazzano in testa, è la formula magica di un album che alla fine del suo ascolto lascia l’ascoltatore abbastanza soddisfatto.

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