Band storica, recente reunion, avvicendamenti in line-up con la discussa cantante via, l’ex-batterista che passa dietro il microfono e l’ex bassista che imbraccia l’ascia; la ricetta del classico “album atteso” è servita alla perfezione. Nonostante la consolidata comune opinione che, per i Sinister, i tempi di capolavori come ‘Diabolical Summoning’ e ‘Cross The Stix’ siano innegabilmente lontani rimaneva un leggittimo senso di curiosità verso il nuovo nato, ‘Afterburner’, e le novità ad esso correlate.

Meraviglia o delusione? Pur volendo risparmiare ricorrente retorica di comodo, mai come nel caso del lavoro in questione, la verità si pone nel mezzo tra il piacere di ricevere finalmente, dopo anni, un album degno del nome Sinister e l’amaro lasciato da un prodotto che non offre quasi mai il quid da grandissimo disco.
Come da tradizione, i brani dei tulipani risultano tutti molto secchi e tirati con il basso piacevolmente risucchiato da un guitar work protagonista efficace, veloce e fluido. I mid tempos, se si esclude qualche episodio leggermente legnoso, sono ridotti all’osso privilegiando un approccio finalmente incalzante dove la vena creativa dei quattro, per quanto prevedibilmente non voglia inventare nulla, riesce a farsi portatrice di una violenza che colpisce come nel death deve fare. Brani orientati al palco e destinati ad entusiasmare e rendere partecipe un pubblico che, tra melodie portanti sempre distinguibili in un contesto vilentemente oltranzista, nei live set avrà pane per i suoi denti.
Venendo alle prestazioni dei singoli da apprezzare le prove dei sorprendenti Aad Kloosterwaard al microfono e Paul Beltman dietro le pelli. Il primo, da testare dal vivo, non fa rimpiangere la mediocre performer che aveva occupato troppo a lungo il ruolo di singer, regalando finalmente uno stile in linea con la proposta del gruppo: growl vitriolico e secco che, seppur leggermente monotematico, rimane attaccato all’ascoltatore risultando degno finalizzatore. Se Aad è una sorpresa nel suo nuovo ruolo, il suo sostituto alla batteria non gli è certo da meno con un drumming che è forse l’unico elemento totalmente ineccepibile dell’opera in cui è protagonista assoluto con uno stile mai timido, ma sempre propositivo, preciso e potente.

Decidendo di lasciare il ruolo di innovatori, pivellini e seguaci di trend ad altri gli olandesi ritornano a suonare ciò su cui il loro nome è stato costruito: un death metal che, seppur risultando a tratti sufficientemente onesto, ritorna a colpire ed apparire scorrevole e gradevole. Qualche avvicendamento, uno spirito “ritrovato” ed ancora voglia ed attributi per far male. Rispettabile e degno di portare il nome dei Sinister.

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