In concomitanza con l’uscita del nuovo album degli Shadows Of Steel, “Crown Of Steel”, abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con il leader della band Wild Steel che ci parla del ritorno del gruppo dopo oltre 10 anni!

Sono passati più di 10 anni dall’uscita di “Second Floor”, la band non è mai stata ufficialmente sciolta, perché così tanto tempo tra un disco e l’altro?
Perché i membri della band abitano a molti km di distanza fra loro, specie il batterista Frank Andiver che è stato da sempre uno dei principali compositori e arrangiatori, assieme a me. Abbiamo avuto un po’ di problemi a far combaciare i nostri impegni, a causa della distanza che c’è tra di noi. Questo è uno dei motivi. Inoltre in quel periodo abbiamo avuto un po’ di delusioni per quanto riguarda le vendite del precedente album “Second Floor”. Purtroppo quando è uscito è passato quasi inosservato, per motivi di promozione. E per questo abbiamo avuto poche occasioni di suonare live per presentarlo e per promuoverlo. Tutto questo ha contribuito a raffreddare il nostro entusiasmo. Così abbiamo smesso di frequentarci anche se avevamo il disco in cantiere, che poi è stato archiviato e ripreso più volte in attesa di tempi migliori. Nel frattempo ci siamo dedicati ad altri progetti personali che comunque ci hanno arricchito sotto altri aspetti. Alla fine terminare il disco è stato più naturale e non una forzatura come stava diventando.

I brani presenti su “Crown Of Steel” sono recenti, o sono stati sviluppati lungo gli anni tra un disco e l’altro?
A livello compositivo, come ho accennato, sono già abbastanza datati: una prima versione embrionale del disco era già pronta nel 2003, dopodiché è stata accantonata. Una volta ultimate le parti di chitarra, abbiamo ripreso in mano il lavoro e nel 2007 ho terminato le mie parti vocali e ho proceduto con la registrazione. Nel giro di un anno, nel 2008, avevamo il disco finito. Ci siamo poi ritrovati agli Zenith Studios per il mixaggio mentre è stato masterizzato ai New Sin di Loria. Anche qui però c’è stata un’altra battuta d’arresto, più per colpa mia, perché ero preso da altri progetti che volevo terminare. Ho messo un attimo da parte il disco per terminare quei progetti senza fare due o tre lavori in contemporanea.
Nel frattempo, ci siamo riavvicinati al tastierista Andrew McPauls, che tutti conoscono come Andrea De Paoli dei Labyrinth, e che era parte degli Shadows Of Steel fin dagli inizi; abbiamo deciso di rimettere le mani sul disco anche se era già stato finito. Abbiamo quindi inserito ulteriori arrangiamenti di tastiera (oltre a quelli già presenti, curati da Frank Andiver) che hanno contribuito a ribadire quel sound caratterizzante degli Shadows Of Steel, che si può trovare nel primo album. In “Second Floor”, il nostro secondo full length, le tastiere erano state curate da me e da Frank Andiver e questo ha portato a un netto cambio di stile. Con “Crown Of Steel”, grazie ad Andrea De Paoli, siamo tornati sui binari degli esordi, a livello di sound. Essendoci tre compositori, più il chitarrista Ice, che ha dato il suo contributo in maniera massiccia agli arrangiamenti, abbiamo ottenuto questo lavoro che è molto più variegato.

Nei primi album il compositore principale sei sempre stato tu, per questo disco quindi c’è stato più un lavoro di squadra.
Sì, esattamente. Il primo album era stato composto praticamente solo da me con l’ausilio di Andrea De Paoli. Già sul primo disco comunque c’era stata la collaborazione di Frank, anche se in maniera minore. In alcuni punti però il suo contributo si è rivelato decisivo: non dimentichiamo che era la nostra prima esperienza a livello d’incisione mentre lui vantava già alcuni lavori all’attivo. “Crown Of Steel” è invece stato quasi interamente opera di Frank Andiver come concepimento dei brani. Io ho adatto al mio stile quelle che sono le sue composizioni. Aggiungendo poi le tastiere di De Paoli abbiamo raggiunto un suono piuttosto originale però con il tipico sound degli Shadows Of Steel degli esordi.

Come nasce un pezzo dei degli Shadows Of Steel? Parti dal classico riff di chitarra o ti viene in mente prima la melodia?
Assolutamente prima la melodia. Lavorando prevalentemente da solo, a livello compositivo, i brani nascono dalla melodia di voce con subito il testo associato. Secondo me è un ottimo modo per dare una propria identità e spontaneità ai pezzi. Questo è un esempio che ha caratterizzato maggiormente il primo disco. Su quelli successivi c’è stato un approccio differente, partendo però sempre da parti di voci e tastiera, fino ad arrivare all’ultimo disco che è stato composto da Frank: quindi è nata prima la parte ritmica e successivamente quella melodica. Frank ha sviluppato le sue idee secondo quelli che sono i suoi canoni, come ha già fatto ad esempio con Labyrinth e Wonderland. Le chitarre sono state l’ultima cosa ad essere inserita. Raramente i nostri brani nascono da un riff di chitarra, a parte la title-track di “Crown Of Steel” che è stata scritta dal chitarrista Ice ed è l’unico brano che nasce in questa maniera.

Oltre ai musicisti della line-up, sul disco sono presenti anche altri guest?
Sì, per questo disco ci siamo avvalsi della collaborazione dell’amico Roberto Tiranti che conosco da tanti anni: quando c’è la possibilità è sempre un piacere lavorare con lui, soprattutto dal punto di vista personale. Dal punto di vista professionale è una garanzia. Quindi ci siamo visti e abbiamo ascoltato i brani e abbiamo registrato i cori assieme. Il suo contributo è sicuramente un valore aggiunto a questo disco. L’eleganza della sua voce non può far altro che migliorare quello che già abbiamo fatto noi come gruppo a livello compositivo.

shadows Crown of Steel

Frank Andiver compare nella line-up della band ma sembra che non suoni dal vivo. Come mai non si esibisce con voi visto che è un membro storico della scena italiana?
Sicuramente! Questo è dovuto, come ho detto all’inizio, principalmente per problemi di distanza. Purtroppo qui in Italia i gruppi che propongono musica originale hanno grosse difficoltà a trovare serate in locali dove proporre la propria musica, a differenza di quello che succede per le cover band. Questo complica di molto le cose perché essendoci queste distanze, i costi da coprire per doversi sposare per una serata, o semplicemente per vedersi e fare le prove, diventano proibitivi. Oltretutto diventa difficile trovare il tempo visto che ognuno ha la propria situazione lavorativa. Nel caso specifico di Frank, lui è impegnato in altre attività che erano e sono tuttora più importanti riguardando direttamente il suo lavoro. Di conseguenza per le ultime serate che abbiam fatto lui non ha potuto partecipare. Ora, in previsione di un tour promozionale per l’uscita di “Crown Of Steel”, stiamo valutando una soluzione per poter avere anche lui in sede live.

Nei precedenti album credo che tu stesso abbia curato la grafica del packaging e la copertina. È stato così anche per “Crown Of Steel”? Il CD uscirà come i precedenti in formato digipack?
Sì, anche questa volta, in accordo con la nostra casa discografica, abbiamo cercato di puntare molto sull’originalità della confezione. Vista la crisi discografica e le scarse vendite, i possibili acquirenti risultano principalmente i collezionisti; quindi abbiamo deciso di portare avanti questa linea creando delle confezioni particolari e appetibili in modo da fornire un oggetto che non sia il solito CD in jewel case. Una confezione curata nei minimi particolari, che catturi magari l’attenzione di chi colleziona ancora CD. Come del resto fanno molti artisti stranieri che puntano sui digipack o sui cartonati perché questo è un piccolo mercato che continua a sopravvivere.
La realizzazione grafica è stata curata da me, non perché io abbia delle aspirazioni come grafico, ma semplicemente perché un packaging realizzato da un professionista ha dei costi che un gruppo del nostro livello non si può permettere. Per fortuna riusciamo ad arrangiarci diversamente. Oltretutto c’è da dire che ci sono in giro persone che si spacciano da grafici professionisti mentre invece non sono assolutamente all’altezza di creare lavori soddisfacenti per titoli metal: bisogna avere anche un minimo di cultura e di background per sapere che un determinato genere ha bisogno di un certo tipo di grafica.

I due precedenti dischi, a livello lirico, facevano parte di un unico concept. Anche “Crown Of Steel” fa parte di quel concept o è un capitolo a sé?
Sicuramente è un capito a sé a livello di testi. Ci sono dei piccoli richiami qua e là nelle canzoni anche perché i temi trattati sono sempre personali e molto psicologici. Non ci sono però esplicitamente punti che si riallacciano al precedente concept. Possiamo vederla come una sorta di pausa dal tema principale trattato nei precedenti dischi. Non vengono comunque trattati temi come la politica o il riscaldamento globale, insomma problemi reali che riguardano il mondo. Sono testi piuttosto intimistici che parlano dell’anima, delle persone, dei sentimenti…questo è il filo che eventualmente può collegare “Crown Of Steel” ai dischi precenti.

Nelle foto promozionali dell’album ti si vede senza maschera. Hai definitivamente abbandonato il concept della maschera?
Questo è un disco molto particolare, come ti ho detto ha avuto una lunga lavorazione e nel frattempo sono successe un sacco di cose. Le foto che vedi nel CD risalgono a molti anni fa e abbiamo deciso di tenerle perché fanno parte della storia realizzativa di questo disco. Per quanto riguarda la maschera non ti so dire ancora niente di preciso: forse nel prossimo CD verrà abbandonata definitivamente oppure la vedremo ricomparire.

In passato con gli Shadows Of Steel hai anche registrato alcune cover che presumibilmente mettono in evidenza quelle che sono le tue influenze – artisti come Crimson Glory, Agent Steel ecc… A mio avviso nel sound degli Shadows Of Steel sono presenti anche riferimenti a band relativamente più recenti come Helloween, Stratovarius o i vecchi Elegy. Sei d’accordo?
Certamente. C’è però da fare una distinzione tra quelle che sono le mie influenze personali come cantante e come compositore; ad esempio Midnight e, anche se non può sembrare sono un grande appassionato dei Kiss e amo molto la voce di Paul Stanley. Oppure Freddie Mercury, Glenn Hughes, tutti cantanti molto diversi tra loro ma che hanno delle grandissime doti.
Per quanto riguarda lo stile musicale e compositivo sicuramente i punti di riferimento sono i gruppi power/speed anni ’90, questo è sicuro. Soprattutto gli Helloween: il nostro stile compositivo secondo me prende molto da questo gruppo. Mi è sempre piaciuto molto questo stile veloce e potente ma che avesse inglobata la melodia vocale e una certa tecnica.

Quando uscì il primo omonimo album degli Shadows Of Steel mi ricordo che lessi molte recensioni positive. Cosa ricordi di quel periodo? Che feedback hai avuto in quell’epoca?
Il disco uscì nel ’97 ed era proprio il momento giusto: c’era un grande fermento e anche il genere andava per la maggiore. Da lì a poco ci fu l’esplosione dei Labyrinth e dei Rhapsody a livello mondiale. Ho dei bei ricordi, quel disco aveva suscitato molto interesse e a modo nostro avevamo portato qualcosa di nuovo e dato il nostro piccolo contributo a quel movimento chiamato new wave of Italian heavy metal.

Invece “Second Floor” non ha ricevuto grossi consensi. Forse anche perché ci sono voluti molti anni prima della sua pubblicazione?
Questo è sicuro. Se si perde il momento buono in cui il genere suscita l’interesse del pubblico, quando il disco viene pubblicato l’audience è focalizzata ormai su altro e l’uscita passa inosservata. Come si suol dire: bisogna battere il ferro finché è caldo. Questo è il motivo principale, poi ce ne possono essere anche altri. Purtroppo quel disco non ha goduto di un sound molto brillante e secondo me il potenziale dei brani è rimasto inespresso.

In un post sui social network hai difeso le tue cover band. In Italia per suonare in giro è necessario sempre e comunque proporre brani di artisti famosi?
Suonare in una cover band o gruppo tributo serve molto per mantenere contatti, conoscere persone nuove nell’ambito musicale (locali, musicisti e quant’altro). Anche se inizialmente con la musica originale si hanno poche opportunità per suonare, ho potuto notare che fortunatamente il pubblico ha sempre voglia di rinnovamento. Magari per un certo periodo vanno maggiormente i gruppi cover finché non si inizia a sentire il bisogno di qualcosa di nuovo e si iniziano a seguire i gruppi che propongono musica propria. Io ho potuto notare che è tutto un po’ ciclico…sono cicli che si ripetono, un po’ come i generi musicali. Ci sono periodi in cui, ad esempio, vanno di più il power e il prog mentre in altri momenti vanno più il rock e il grunge. Questa situazione funziona anche per quanto riguarda le proposte live. Difatti ora sto appunto un po’ abbandonando i progetti cover e mi dedicherò alla promozione dei miei lavori.

Pensi che riuscirete a supportare il disco dal vivo oltre i confini liguri?
Sì, certamente abbiamo in programma di fare un po’ di date promozionali, anche se dobbiamo affrontare, come di ho detto all’inizio, problemi logistici e una situazione monetaria in tutta Italia che non permette grossi margini di esportazione. Le date che potremmo fare saranno quattro o cinque anche perché farne di più sarebbe controproducente, sia per una questione di costi che per una questione di riscontri. Questo lo si vedrà quando inizieremo a fare le prime serate…come sarà la tendenza…

Come dobbiamo vedere “Crown Of Steel”? E’ un nuovo inizio per gli Shadows Of Steel a cui faranno seguito altri album o un capitolo a sé stante del tuo percorso musicale?
Questa è una bella domanda! Siamo ancora in un momento di transizione per quanto riguarda il gruppo. Sicuramente il responso che avrà il disco sarà fondamentale per le incisioni future. Ci vogliono molte energie per tenere in piedi questo progetto che è molto articolato, sia per quanto riguarda i musicisti coinvolti che per gli obiettivi che il progetto stesso ha, ovvero proporre musica qualitativamente sempre migliore in un contesto power/prog metal. Riallacciandomi al discorso che hai fatto tu prima, ci sono anche delle influenze di gruppi power/prog come gli Elegy oppure Conception, che negli anni ’90 hanno spadroneggiato e che ci hanno influenzato molto a livello stilistico.
Il feedback sarà fondamentale per darci gli stimoli per continuare su questa strada che non è assolutamente spianata. È qualcosa di molto difficile che ci costa molto lavoro. Se otterremo dei risultati, sarà nostro piacere continuare.

Grazie per l’intervista, chiudi pure come preferisci.
Ringrazio tutti e spero che il disco vi possa piacere ma soprattutto spero di incontrare prossimamente il maggior numero di persone alle nostre serate per avere un riscontro dal vivo da parte di quelli che ascoltano questo genere e a cui piace la nostra musica.

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