Non fatevi ingannare dall’etichetta: qui di prog metal ce n’è veramente pochissimo. Henning Pauly, già studente del prestigioso Berklee College Of Music di Boston nonché talentuoso polistrumentista (qui si occupa di tutto ad esclusione di voce e tastiere), si è fatto conoscere principalmente per il suo progetto progressive Frameshift, che ha ospitato in passato niente meno che Mr. LaBrie (Dream Theater) ed il rocker (ex-Skid Row) Sebastian Bach, ma evidentemente Pauly in questa sua nuova incarnazione sembra voglia ripassarsi per bene un pò di teoria metallica classica. In effetti qui non ci si inventa niente di nuovo ma la band ha personalità da vendere e quando ti diverti ad ascoltare cose di questo tipo, probabilmente il grosso è fatto. “Coinvolgere nella condivisione di una passione”: non è forse questo lo scopo del metallo più incontaminato?

In questo disco c’è tutto ciò che il metal è stato: chitarre cadenzate e grintose nei momenti più heavy quanto rilassate ed armoniose nei tratti atmosferici e riflessivi, rincorse al riff più solenne ed ancora assoli ipermelodici, tastiere ariose dal gusto ottantiano, chorus antemici induttori di forza interiore e voci graffianti, ed infine ballad dall’elevato potere evocativo che aggiungono ad una proposta musicale complessivamente aggressiva quel tocco di sensibilità e di classe necessari a compensare l’equazione finale di energia prodotta. Il buon Henning Pauly non lascia nulla al caso e sciorina una serie di colpi di grande livello sullo stile di A Slave To Metal, autentico manifesto del metal-pensiero, con i suoi andamenti alla Manowar ed il refrain da pietra miliare dell’ heavy classico davvero accattivante, ruffiana quanto basta per risultare credibile ed infine accaparrarsi il titolo di sicura bomba live. I riferimenti al power di matrice tedesca non mancano e li incontriamo qua e là durante questa nostra avventura nei meandri della musica dura, come nella melodicissima Midnight Sky Masquerade. Ma non mancano, come previsto, nemmeno le grandi vere ballad, che solo i signori del class metal sanno rendere così sincere e degne del cuore di un rocker, come la dolce e sofferta Goodnight Boston e la sua controparte dal vago sapore AOR I Will Never Ever Stop, che sa divagare senza dimenticarsi mai di trovarsi all’interno di un disco che fa della concretezza la sua ragione d’essere. Dato l’elevato minutaggio dell’opera e visto il suo spirito per così dire didattico, da vero “bignami” del metal, i riferimenti ai mostri sacri del genere non mancano mai ed in effetti una certa derivatività sonora si avverte a tratti. Ma le retrospettive storiche riguardano principalmente i progenitori del metal Deep Purple e Rainbow (Darkness Comes To Light, oppure Spirit Of The Elves) oltre che i primi esemplari di questa corrente quali Iron Maiden, Saxon e Judas Priest (ottimamente tributati in A Beast Abandoned e Out Of Control). Ad essere onesti però queste influenze non stancano mai, proprio perché l’abilità di chi compone personalizza il tutto quanto basta a renderlo originale e divertente, allontanando così lo spettro del mero e sterile plagio. Ma veniamo al punto forte di questo disco, ovvero il brano che più mi ha impressionato per intensità e qualità: stiamo parlando dei 10 minuti di “teoria progressive” presenti in Kingdom Of The Battle Gods, in cui il glam dei Poison più soft si immerge nell’hard rock dei Purple e dove un hammond di rara intensità riesce nell’intento di emulare rughe antiche e saggezza, per un turbinio continuo di emozioni e cambi di atmosfera in cui emergono persino i Dream Theater più intimi e melodici di Scenes From A Memory. Insomma un brano che rimane prettamente heavy ma che fa dell’esplorazione sonora a 360° e del self-control ciò che lo spirito prog dovrebbe sempre rappresentare. A concludere infine troviamo un divertentissimo bonus, nel quale la titletrack viene reinterpretata in stile folk-acustico, a dimostrazione e conferma delle geniali qualità del nostro Pauly.

In tutto il disco si avverte sempre una sorta di ben realizzata struttura di contrappesi tra l’heavy classico ottantiano e certo hard rock dalle aperture AOR, visti l’eccellente melodia diffusa ed i sopraffini arrangiamenti che infondono tutti i 72 minuti di questa mastodontica opera. Mai assoli arzigogolati né sterili passaggi strumentali fini a sé stessi, ogni nota è al servizio di questa fedele rivisitazione (al passo coi tempi) del “tempo che fu”. Che spettacolo!

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