Nuovo capitolo per il gruppo francese dopo appena un anno dall’uscita della raccolta “Nastivity”, comprendente i primi lavori della band. Come era prevedibile ascoltando il precedente “Divine X” i Seth hanno ormai scelto di proseguire la loro strada puntando sull’aggressività e rinunciando così ai momenti acustici dal sapore folk che avevamo conosciuto nei loro ottimi lavori quali “By Fire, The Power Shall Be” o “Les Blessures De L’Ame”.
Quello che ne è risultato è un suono che mescola frequentemente partiture death con riffs black, accrescendo così la potenza e l’energia dell’intero album. I momenti sognanti dei lavori degli esordi non sono più ottenuti attraverso arpeggi acustici, ma con l’uso più moderno delle tastiere che ogni tanto si infiltrano per donare un tocco futuristico alle canzoni. Purtroppo, se questa soluzione era risultata positiva in “Divine X”, adesso sembra un po’ mancare di unità e compattezza stilistica e rischia di far sprofondare “Era Decay” nell’abisso della mediocrità. Manca l’aura evocativa che avevano le canzoni delle prime opere dei Seth, caratteristica che li faceva salire sul gradino dei gruppi più promettenti e originali della scena francese.
Le canzoni hanno una produzione massiccia, sono tutte facilmente orecchiabili, ma sfortunatamente sono poco caratterizzate e si imprimono difficilmente nella mente proprio per questa eccessiva freddezza che le anima. I Seth sono cambiati, il dio del chaos ha preso il sopravvento sulla loro ispirazione tramutando ogni canzone in una scarica di energia glaciale che non può essere frenata da niente. Neanche le parti di maggior sospensione come la quinta “Ascention”, una sorta di stacco alla vecchia maniera del gruppo, riescono a spezzare l’insorgere potente di questa musica violenta che riprende subito con grande accelerazione nella successiva “H-Eradicate”. Forse questo è l’esempio più lampante di come certe commistioni di due generi diversi (il black e il death) possano diventare pericolose se non dosate in maniera corretta. È anche a causa di questa forzata convivenza di suggestioni diverse che tutto l’album rischia di perdere lucidità, sembrando eccessivamente frammentato, un ibrido nato male. Anche il misticismo che possedeva l’alternarsi nella lingua cantata di francese e inglese viene meno, ormai percepibile a mala pena.

Era Decay resta un lavoro sufficiente, con attimi anche brillanti (soprattutto nei momenti di maggior incertezza e atmosfera creati con le chitarre), ma non aggiunge niente al lavoro svolto nel precedente “Divine X”, se non il rischio di sprofondare il gruppo nell’anonimato. Ormai la strada sembra tracciata definitivamente. Sicuramente questi nuovi Seth saranno apprezzati molto da chi è più vicino al gusto death, ma lasceranno l’amaro in bocca a chi sperava di ritrovare le melodie crepuscolari delle origini.

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