Quando dico che il “power metal”, quello inteso negli anni ’90, quello che più si ispira a quanto detto
dagli Helloween con i due Keeper of the Seven Keys, mi ha stancato se a farlo sono gruppi anonimi e
senza personalità, molti storcono comunque il naso. Invece gli italianissimi Secret Sphere (alessandrini, per
la precisione) sembrano essere d’accordo con me e, dopo due album classicamente power ma venati comunque da
spunti personali, sfornano questo “Scent of Human Desire” che, come potete vedere dall’etichetta assegnatoli,
si può solo definire come un generico “metal melodico”, essendo tante le componenti in gioco e soprattutto
poche quelle che si rifanno al suddetto “power”.
Componenti che si esauriscono quasi del tutto già dopo le prime due canzoni, “Rain” e “Still Here”, anche se
nella seconda si scorgono già tracce di qualcosa di diverso dalla classica “power-song”.
“1000 Eyes’ Show” risulta un po’ meno immediata quanto a digeribilità, ma dopo alcuni ascolti il refrain
vi entrerà sicuramente in testa, compreso il riconoscibilissimo falsetto di Ramon (assolutamente voluto).
“More than simple emotions” è una delle tre canzoni del disco che rimandano chiaramente a temi riguardanti
l’amore o comunque i sentimenti, pur non essendo una vera e propria ballad. In questo caso il compito è lasciato a “Scent of a Woman”, mentre “Desire” è una canzone davvero calda di emozioni e passione, riuscendo a creare una perfetta unione fra musica e testo. E questo, ricordiamolo, non è da tutti.
Ma dove sono i citati cambiamenti dal power canonico? Sicuramente la presenza di tre canzoni “romantiche”
è già una bella differenza, ma se non bastasse ci pensano pezzi come “Sorrounding”, in cui su un impianto
di metal melodico si innesta un sorprendente passaggio gospel. Oppure come la festaiola “Virgin Street 69”,
che sembra uscita direttamente da un album di certo hard rock anni ’80, con tanto di hammond a go-go.
Probabilmente questa canzone è uno degli highlights del disco, con un solo di chitarra davvero bello, così come quello presente nella rocciosa “Runaway Train”.
E se credete che le influenze da altri generi siano finite, ascoltatevi la conclusiva “Life part 2 – Daylight”, in cui fa la sua comparsa addirittura un pezzo di fiati, a conferire un mood quasi funky al pezzo (chi ha detto Extreme?).

Insomma, un disco vario e davvero diverso dal solito power, con la sola postilla che a mio avviso potrà piacere molto anche agli aficionados più intrasigenti di quel genere. Quindi, dateci un ascolto, non ve ne pentirete!

Davide Ferrari

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