In ambito musicale la totale, o quasi, assenza di certezze porta, spesso e volentieri, l’ascoltatore medio a tenersi sulla difensiva mantenendo uno spirito ipercritico, selezionatore e talvolta portatore di verità che prescindono dall’ascolto. In un contesto simile agli Scar Symmetry, all’epoca di un debutto vecchio di solo un anno, esperienza da vendere, passato rispettabile e privo di nei rilevanti non potevano certo bastare a ricevere un plebiscito di assenzi. Le ragioni? Se quelle già citate non bastassero sarebbe sufficiente scorgere da una qualunque bio di presentazione l’accoppiata death melodico/Svezia per spiegarsi lo strano senso di rifiuto rivolto a quel disco più che positivo. Un binomio abusato, inflazionato e naturalmente antipatico a cui gli esperti musicisti protagonisti del progetto in questione (provenienti da realtà quali Carnal Forge e Theory In Practice) sapevano di dover rispondere, ad ogni uscita, con il solo ausilio di concretezza e qualità.

Ci risiamo. Dando una dimostrazione di identità, dimestichezza nel sapersi gestire e senso dell’evoluzione presente ma ragionato, i quattro musicisti scandinavi regalano un ‘Pitch Black Progress’ che pur sembrando la diretta continuazione artistica del primo lavoro, se ne differenzia assumendo indipendenza ed un proprio perchè.

La struttura dei brani rimane pressochè invariata con la, poco azzardata ma sicura, formula di strofa, refrain e ritornello catchy in clean vocals a farla da padrone; ma la proposta si arricchisce di particolari di forma e sostanza. Ciò che colpisce di questo nuovo nato in casa Scar Symmetry è, infatti, un’integrità, una solidità ed una cura che non tradiscono l’ascoltatore a prescindere della collocazione del punto d’osservazione.
Ciò che acquista evidenza ed importanza una volta fruiti i primi assaggi è l’ottimo lavoro vocale di Christian Älvestam che, mostrando umiltà ed entusiasmo, è riuscito a migliorarsi aggiungendo nuove cartucce al proprio repertorio e limando qualche angolo ancora grezzo. Buonissima, dunque, la varietà di soluzioni di fronte alla quale ci pone il frontman che passa con integrità da ritornelli, farciti un approccio più classic rispetto al passato, ad un armamentario estremo in cui non manca davvero nulla. Sempre sugli scudi le prestazioni alle chitarre della coppia Kjellgren/Nilsson che, rispettando una tradizione di lavori di qualità, li vede sempre protagonisti nel cambiare i temi portanti dei brani senza mai scadere in trend nè perdere serietà. Naturalmente precisi gli operati negli assoli che, per approccio ed assonanze, possono ricordare quelli dei Soilwork di ‘Natural Born Chaos’. Un uso dei sintetizzatori più moderato rispetto al lavoro precedente aiuta i pezzi ad apparire più diretti e perdere il leggerissimo senso di artificiosità che potevano conferire in passato.

Il disco scorre via più che gradevole mantenendo una, importantissima, integrità d’ascolto per tutti i tredici brani presenti, grazie ad una produzione di livello altissimo e quella cura che consente di regalare sussulti fino in fondo (si vedano i livelli altissimi di “Deviate From The Form” per farsi un’idea). Cambia etichetta – da Metal Blade a Nuclear Blast il passo è breve -, varia leggermente il sognwriting ma qualità, serietà ed attitudine restano, prevedibilmente e fortunatamente, invariate.

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