Sandstone. Sono polacchi e, suonando un rock-metal impregnato di progressive, il paragone con gli acclamatissimi connazionali Riverside salta fuori tanto naturale, quanto spontaneo. Chi, con speranza ed ingenuità, sta immaginando il prossimo fenomeno est-europeo di turno, non faccia castelli in aria perchè, nel caso in esame, la mediocrità e l’anonimato la fanno da padrone.

Un disco piatto, senza il minimo sussulto, caratterizzato dalla triste, quanto reale, peculiarità di poterne individuare l’esatto contenuto senza neanche bisogno di inserirlo nel proprio lettore. Brani dal profilo sottile al limite dell’anoressìa che, senza mai farsi notare, saccheggiano senza vergogna Dream Theater e Fates Warning più usurati impoverendo, il già scarsissimo risultato, con una fluidità ed una presa a dir poco nulle. Come se non bastasse una, davvero inspiegabile, tendenza al prolisso obbliga la band a rifugiarsi in soluzioni tra loro staccate ed eterogenee con il risultato di brani disorganici e senza un filo conduttore. La pazienza di chi ascolta, col passare dei minuti, viene sfibrata ed usurata da un modus operandi che, sommando i fattori, risulta stereotipato dal punto di vista compositivo, ridicolo dal punto di vista della personalità e poco furbo da quello del “mestiere”. Una produzione scadente non aiuta a tirare per i capelli un prodotto condannato in partenza a risultati scarsi. Perseveranti nel non colpire ed indugiare su soluzioni lenti, molli e senza fascino, i Sandstone sembrano davvero non poter andare lontano a meno di rivoluzionare il tiro. Di salvabile rimane una buona perizia tecnica globale; qualche interessato?

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