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Iniziare una recensione è sempre un dramma, non si sa mai come fare, che frasi utilizzare, che parole scegliere per colpire il lettore da subito. In questo caso la parola è una e una sola: capolavoro. Con “Moving Pictures” siamo di fronte a null’altro che questo, un must-have, contenente sette tracce una più bella dell’altra.
“Tom Sawyer” è probabilmente una delle canzoni più famose e conosciute dei Rush, ne esistono addirittura dei rifacimenti in versione simil-dance (versione tra l’altro presente nella colonna sonora di Small Soldiers), power metal (Rage), e chi più ne ha più ne metta. Come dar torto a tutti quegli artisti che hanno tributato questa canzone? Possiamo trovare in essa tutti i pregi dei Rush: splendide ed orecchiabili linee vocali, una tecnica strumentale sopraffina, quel tocco di synth ed effetti a pedale, lo splendido basso di Geddy Lee. Tutto. E qui sta la vera maestria del trio canadaese: unire assieme semplicità e tecnica, melodia ed intricati pattern musicali.
Ma se già la prima traccia di quest’album è un autentico gioiello, la seconda, “Red Barchetta”, forse la supera ancora in bellezza. Inspirata da un racconto di Richard S. Foster, le note composte da Geddy e Alex ci guidano perfettamente a nostro agio sulle strade di parole scritte da Neil Peart: Red Barchetta è infatti sia una automobile usata dal protagonista in un ipotetico futuro per sfuggire da un regime oppressivo e autoritario, sia una delle canzoni in cui il connubio testo/musica raggiunge apici assoluti. Si prenda ad esempio la strofa “Wind in my hair/shifting and drifting/mechanical music/adrenaline surge”, che parte con un riffing molto tirato, quasi nervoso, per poi proseguire con un’apertura che sottolinea tutta la rabbia scaricata su quel pedale, tutta la voglia di libertà in quel cambio di marcia con il contagiri al limite. Assolutamente favoloso, la canzone ideale per un afoso pomeriggio estivo da passare su strade di campagna o collina soli con la propria auto. Attenzione solo a non farvi prendere troppo la mano quando siete al volante!
Nuova traccia, nuovo capolavoro: la strumentale “YYZ”. Qua ci troviamo di fronte a quello che poi velocizzato e con sonorità moderne verrà ripreso da migliaia di gruppi “prog-metal” di questa terra. 4 minuti e 24 secondi di genialità, tecnica straordinaria, idee, melodie e rullate da imitare fino allo sfinimento. Ma i Rush sono i maestri, tracciano la strada, e non hanno colpe se qualche alunno è stato poco attento e non ha capito fino in fondo la lezione, fermandosi solo alla superficie.
“Limelight” è invece una canzone più pacata e distesa, ma non per questo carente di ritmo e groove, con uno stacco strumentale assolutamente da urlo, con il suono corposo e inimitabile del basso di Geddy Lee a farla da padrone.
Il ruolo di primattore tocca invece ai suoni sintetici di pedali e synth (riproposti fedelmente anche in sede live, e da sole tre persone!) nell’intro della suite “The Camera Eye”. Rischierei davvero di essere prolisso, pesante, noioso e soprattutto ripetitivo se dovessi tessere le lodi in maniera estesa anche di questa canzone. Per rimando, vi invito ad ascoltare il riff verso i 2′ e 45″. Sono solo note, dicono alcuni, eppure quello che sa trasmettere la musica, quello che sanno trasmettere i Rush, è difficilmente realizzabile in altra maniera. Senza dimenticare comunque i bellissimi testi del Poeta Neil Peart che corollano ogni canzone del trio canadese.
Rimangono ancora due tracce da analizzare, sviscerare: “Witch Hunt” e “Vital Signs”. La prima fa parte di un’opera, di un concept che si snoda su diversi album dei Rush, di cui è recente la parte quattro, “Freeze”, pubblicata su “Vapor Trails”. E’ una canzone dal suono cupo, quasi oscuro, che perfettamente si sposa con il testo e la tematica che va a trattare. Da incorniciare il passaggio “Quick to judge/Quick to anger/Slow to understand”.
La seconda invece si sposta su sonorità completamente diverse, ma rimane su livelli assoluti di bellezza, sancendo il finale del disco senza che vi sia un’imperfezione o una banale traccia sotto tono rispetto alle altre.
Un disco eccezionale, che a mio avviso ha dipinto una delle più belle pagine della storia del rock. Un disco, come già detto, da avere, assolutamente, ad ogni costo. E da ascoltare, ascoltare e ascoltare ancora.

Davide Ferrari

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