Robin Brock sembra essere più che altro una sopravvissuta, una che ai bei tempi d’oro del rock c’era e ha detto la sua. Eppure dalle nostre parti non è mai arrivato niente che porta la sua firma. Come mai? Beh, la risposta è contenuta in “Monsters”, suo nuovo disco che la dice lunga sul perché qui non si fili manco di striscio la sua musica. I 10 brani contenuti nel disco compongono poco meno di 40 minuti di rock piatto, banale, scontato e senza mordente, tutto giocato sulla voce di Robin, la quale si assesta su un ibrido mal riuscito tra Lita Ford e Shania Twain. Ma fosse solo questo a rendere poco interessante il disco, almeno ci sarebbero i momenti strumentali a risollevarne le sorti… E invece nemmeno quelli! Grazie ad una produzione che confina le chitarre nelle retrovie sia in fase ritmica che, inspiegabilmente, in fase solista, viene dato eccessivo risalto alla non certo eccelsa voce di Robin. Ma tutto questo è sufficiente? Nossignori! E allora, ad affossare ulteriormente “Monsters”, viene in aiuto la scelta di affidarsi ad una drum machine piuttosto che ad una batteria vera, cosa che smorza il calore e la sensazione di umanità che il rock dovrebbe avere.
Come avrete certamente compreso, l’ultima prova in ordine di tempo di questa artista canadese è composta da un album sottotono e decisamente privo di qualunque spunto di interesse. Non è mia abitudine stroncare i dischi per partito preso o perché ogni tanto mi va di prendermela con qualcuno e vi posso garantire che, se per caso le vostre orecchie ascolteranno anche solo una minima parte di “Monsters”, saranno in grado di comprendere che i mostri di cui parla Robin Brock sono demoni il cui volto è ben riproposto dalle note dei suoi brani.
Concludendo, non mi sento di consigliare a nessuno di spendere i propri soldi per un album come questo e spero che, in futuro, Robin metta un po’ più di grinta nelle sue canzoni.

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