Pubblicato nel 2005
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A due anni di distanza dal precedente “Born a rebel” tornano sulle scene i Rebellion di Uwe Lulis e Tomi Göttlich. Questa volta la band dei due ex Grave Digger continua a far parlare di sé, con un nuovo e ambizioso progetto: una trilogia dedicata ai vichinghi. Quello che ho, infatti, tra le mani è la prima parte di un lunghissimo concept che vede Lulis e soci ripercorrere le tappe fondamentali della storia di questi antichi e gloriosi guerrieri. Benvenuti in “Sagas of iceland – the history of the vikings, volume I”.

Conoscendo ormai il marchio di fabbrica di Uwe inserisco senza esitazione il dischetto all’interno del lettore cd e le mie attese non sono assolutamente deluse: una colata incessante di metallo fuso è scaraventata fuori dalle casse dello stereo, il classico sound duro e granitico della chitarra di Lulis esce compatto ed aggressivo e in generale il groove della band è ancora più massiccio rispetto alle precedenti releases. Dopo un intro di chitarra piuttosto semplice ma efficace si parte con “Ynglinga Saga (to Odin We Call)” un rocciosissimo mid tempo che ricorda in più di un’occasione i Grave Digger più epici ed ispirati (d’altronde Lulis e Boltendahl erano i maggior compositori dei Becchini), con un tappeto di tastiere assolutamente evocativo che accompagna l’ex Grave Digger in un assolo non di certo mirabile ma di sicuro impatto; e la lunga storia narrata dai Rebellion non si ferma certamente qui, ma continua riportando le epiche gesta di eroi quali Eric il rosso, Gang Hrolf, Re Olaf Trygvason e tantissimi altri guerrieri più o meno noti. Si prosegue con “The sons of the dragon slayer”, brano con il quale entrano subito in gioco la doppia cassa e le ritmiche indiavolate che hanno reso famosi i Grave Digger. Ritornelli orecchiabili e strofe dannatamente avvincenti sono alla base della maggior parte delle canzoni e pezzi come “Eric the red”, “Harald Harfager” e “Freedom (The saga of Gang Hrolf)” rimangono subito impressi all’interno della mente dell’ascoltatore. Intendiamoci: la musica dei Rebellion è assolutamente semplice, fatta di riff veloci e di facile presa, con cavalcate di chitarra che si alternano a sfuriate incredibili di doppia cassa accompagnate a momenti più intimi in cui le tastiere diventano protagoniste assolute della scena; le canzoni non hanno una struttura complessa ma anzi piuttosto lineare con pochissimi cambi di tempo e i soli dell’ex ascia degli “Scavafosse” non sono assolutamente tecnici e velocissimi tuttavia non si può non esaltarsi davanti a brani come “Sword in the storm (The saga of Earl Hakon, protector of norway) che inizia con un lento incedere di chitarra per poi esplodere in un mid tempo incalzante che non la smette per un solo attimo di martellare le orecchie oppure con “Canute the Great (The king of danish pride)” con una ritmica di chitarra dannatamente heavy metal e dannatamente esaltante! Come se questo non bastasse si deve aggiungere la voce di Michael Seifert, aggressiva e roca, assolutamente incapace di raggiungere note altissime ma così maledettamente ammaliante proprio per la sua capacità di fondersi con le note suonate da Lulis.

Insomma, non m’interessa se i Rebellion sembrano una copia dei Grave Digger e se il timbro vocale di Seifert il più delle volte assomiglia a quello di Boltendahl. A me i Rebellion piacciono in quanto se ne fregano delle mode e di tutte le contaminazioni moderne che ora avvolgono il mondo della musica e non m’importa nemmeno se per l’ennesima volta una band tratta nei suoi testi di vichinghi, di spade, di guerrieri e di Odino. I Rebellion hanno composto davvero un ottimo album che chi ama l’heavy metal puro e incontaminato non deve assolutamente farsi scappare.

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