Conclusa l’avventura con i Dokken Reb Beach, all’anagrafe Richard Earl Beach, torna sul mercato con un album a suo nome da lui interamente composto e magistralmente prodotto (unica eccezione per quel che riguarda la composizione è “Day Of The Eagle”, cover di Robin Trower, che però, come riferito dalla Frontiers, non è presente nel disco distribuito al di fuori del Giappone per un’incomprensione con lo stesso Reb).
Ho iniziato l’ascolto del disco aspettandomi, come spesso accade per le uscite di questo tipo, il solito perpetuo rincorrersi di assoli, effetti e giochetti tecnici, tanto cari ai patiti del genere quanto inutili, fastidiosi e talvolta perfino poco espressivi per tutti gli altri ascoltatori. Con mia grande sorpresa ho scoperto invece un album in cui la straordinaria tecnica dell’autore è messa al servizio delle canzoni, che quindi, per una volta, non rappresentano un semplice pretesto per le proposizione del mirabolante solismo del chitarrista di turno ma sono intelligentemente da questo arricchite e rifinite senza eccessi di alcun tipo. I brani abbiamo detto, ed è proprio la varietà di questi ultimi il punto forte del disco: dall’iniziale “Dark Places”, che nonostante i suoi 6 minuti di durata non perde nemmeno per un attimo la sua graffiante incisività, si passa all’allegro e sostenuto hard rock blues di “Masquerade”, vagamente memore dello stile del grande Steve Ray Vaughan, dall’orecchiabilissima “Ghost” che, chitarra a parte, mi ha ricordato molto il sound dei Counting Crows di “Recovering The Satellites”, alla pacata e dokkeniana “Bleed”, dall’incredibile groove di “Red”, che vi si incollerà addosso e che stenterete a dimenticare, alla più controllata “Fanatic”, che non sfigurerebbe assolutamente in nessuno dei vecchi album dei Winger, dalla strumentale e funkeggiante “Get Out And Walk”, alla sofisticata e delicata “Love So True”, che chiude stupendamente l’album. Un lavoro molto sfaccettato quindi che sebbene non brilli certo per originalità si presenta ricco di spunti interessanti ed intriganti risultando molto gradevole grazie anche, naturalmente, alle ottime prestazioni che Reb fornisce in ogni traccia del disco sia come chitarrista, passando con una facilità davvero disarmante da un furioso attacco all’arma bianca ad un utilizzo più pacato e controllato del suo strumento, sia come cantante, esibendo un inaspettato feeling ed un eccezionale gusto nell’utilizzo delle nuove tecnologie.

In definitiva un album perfettamente dosato in tutte le sue componenti e incredibilmente riuscito che segna un ulteriore passo avanti nella carriera di questo talentuoso musicista troppo spesso sottovalutato e snobbato.

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