Chi, come me, ha vissuto il fenomeno thrash nella sua interezza, gioendo per le bellissime realizzazioni che quei gruppi, soprattutto degli anni 80, hanno saputo regalarci e che hanno spinto il metal verso direzioni e generi neanche lontanamente immaginabili prima, ma che, al contempo, non è rimasto illogicamente ancorato a quelle sonorità ma ha apprezzato gli aspetti positivi di una musica in continua evoluzione, quelli come me, dicevo, leggendo la presentazione del disco in questione avranno fatto un balzo sulla sedia: “thrash vecchia maniera con un piglio attuale e moderno, che non vi permetterà di stare fermi costringendovi ad agitare continuamente la testa”? Possibile?
Ascoltando i Raise Hell è vero che i nomi che tornano vagamente alla mente sono proprio quelli della vecchia scuola europea, Destruction e Kreator prima maniera in primis (ma ci tengo a sottolineare il “vagamente”), e sebbene questi gruppi siano filtrati e riproposti in un contesto più tipicamente nordico, ovvero con un sound più corposo ed “estremo” e con le solite scream vocals tanto care a moltissimi gruppi di quelle lande, è innegabile che siamo comunque in presenza di un gruppo essenzialmente thrash.
Quello che manca ai quattro svedesi, a mio avviso, è un po’ di fantasia e di imprevedibilità e, forse, sincerità. Tutti i brani sono basati sullo stesso schema: un mid tempo granitico, dei riff serratissimi e taglienti, una voce urlata in faccia… elementi che se da un lato possono inizialmente sorprendere per l’impatto dall’altro, dopo qualche ascolto, cominciano a risultare abbastanza freddi e costruiti, lasciandoti completamente insoddisfatto, annoiato e dubbioso sul reale valore del gruppo e della proposta musicale. Accelerazioni improvvise o, equivalentemente, break inaspettati, cambi di tempo, assoli… niente di tutto questo: qui c’è solo un muro sonoro, dalla prima all’ultima nota del disco, un muro, appunto, liscio, piatto e inespressivo come una qualsiasi parete di questo mondo.
Se il nuovo thrash è questo e dischi come “Wicked Is My Game” vengono osannati e premiati con lodi sperticate allora vuol dire che siamo davvero alla frutta (e forse anche al caffè), perché un prodotto di questo livello, che non dice nulla di nuovo e del quale si possono salvare al massimo un paio di tracce in cui qualche ideuccia o qualche spunto un po’ più particolare fa capolino non si merita nemmeno, per chi scrive, di essere paragonato alle a volte molto bistrattate realizzazioni di seconda fascia, diciamo così, del periodo aureo del genere, molto di maniera, sicuro, ma anche, forse, vere.
Bocciatura completa per quello che mi riguarda quindi, ma non escludo comunque che qualcuno di voi, soprattutto i più giovani e/o i più avvezzi ai canoni scandinavi, possa dissentire e ritenerlo “devastante” e “imperdibile”. Un disco il cui valore è estremamente soggettivo e che vi consiglio di ascoltare attentamente prima di acquistare.

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